Emerging Designers torna a MICAM con dodici nuovi protagonisti del footwear internazionale




Il progetto dedicato allo scouting dei talenti emergenti rafforza il ruolo di MICAM come piattaforma internazionale per la crescita creativa e imprenditoriale delle nuove generazioni di calzature 

Milano, 3 agosto 2026 – Alla prossima edizione di MICAM, in programma dal 13 al 15 settembre 2026 a Fiera Milano Rho, torna Emerging Designers, l’area dedicata allo scouting dei nuovi talenti della calzatura internazionale realizzata in collaborazione con la società Honegger, attiva da oltre 50 anni nel marketing fieristico internazionale. Il progetto conferma la volontà della manifestazione di investire nella ricerca creativa e nell’individuazione di marchi emergenti con potenziale di sviluppo sui mercati globali. “Sostenere i nuovi talenti significa investire nel futuro dell’intera filiera calzaturiera. Con Emerging Designers vogliamo offrire ai designer emergenti non solo visibilità internazionale, ma anche un contesto concreto di relazione con buyer, aziende e operatori del settore. MICAM Milano nasce come luogo di incontro tra creatività e mercato, e questo progetto rappresenta in modo emblematico la nostra missione di accompagnare l’evoluzione del footwear internazionale”, commenta c Presidente di MICAM e Assocalzaturifici. Nato nel 2018, Emerging Designers è diventato uno dei format più riconoscibili di MICAM. Ogni anno prevede la selezione di dodici designer a cura di una giuria composta da figure del sistema moda e della comunicazione, presieduta da Ernesto Esposito. Quest’anno la squadra era formata da Sabrina Donadel, Ada Kokosar, Americo Cacciapuoti, Bojan Kostic e Sergio Zambon, insieme ai rappresentanti di MICAM Giovanna Ceolini, Presidente della manifestazione, e Giorgio Possagno, Amministratore Delegato. I 12 talenti esporranno le proprie collezioni a MICAM in un’area espositiva dedicata a loro e progettata per favorire la visibilità dei brand e l’incontro con buyer, aziende e operatori internazionali. I designer selezionati parteciperanno inoltre al programma di MICAM Next, presentando il proprio percorso creativo e la propria visione del futuro. Per l’edizione di settembre 2026 sono stati selezionati i marchi Éeclat, En Talons, Joel Wijangco, Maliko, Moon2gether, Nalebe, Paidal, Raphia, Stefano Mugnai, Te Dreamers Club, Tenconi e Wud. La selezione restituisce un panorama internazionale caratterizzato da approcci progettuali differenti, nei quali dialogano artigianalità, ricerca sui materiali, innovazione costruttiva e reinterpretazione contemporanea dei codici della calzatura. Più che una tendenza dominante, emerge una comune attenzione alla sperimentazione, alla qualità progettuale e alla funzionalità del prodotto. Le collezioni selezionate riflettono l’evoluzione del mercato contemporaneo, in cui design, comfort e identità del brand assumono un ruolo sempre più centrale. Emerging Designers si conferma così un osservatorio sulle future traiettorie del comparto calzaturiero e un laboratorio di crescita per nuovi marchi nazionali e internazionali, consolidando il ruolo di MICAM come piattaforma di sviluppo per i talenti emergenti del settore. "«Emerging Designers rappresenta il nostro impegno nel sostenere l'innovazione e accompagnare la crescita di nuove generazioni creando opportunità di incontro con il mercato internazionale», commenta Giorgio Possagno, Amministratore Delegato di MICAM. “Siamo arrivati alla nona edizione di Emerging Designers e, ancora una volta, vediamo come la creatività possa trovare in MICAM un’opportunità concreta di sviluppo. L’obiettivo è mettere in contatto idee progettuali, competenze produttive e mercato internazionale, accompagnando i designer nel percorso che porta dalla ricerca creativa alla costruzione di un’impresa”, commenta Ernesto Esposito, presidente della giuria di Emerging Designers. Appuntamento a MICAM dal 13 al 15 Settembre a Fiera Milano Rho.

Fonte: Comunicato Stampa micam.it

(Segnalazione Web a cura di Albana Ruci)

Al Ragusa Foto Festival una riflessione per immagini sui gesti, i riti, i paesaggi e le relazioni che lo abitano per leggere le trasformazioni dell'Europa contemporanea

Il Sud d’Italia come punto di osservazione per guardare e leggera la storia che attorno al Mediterraneo continua a scriversi ogni giorno. Farlo attraverso degli archetipi: i gesti, i riti, i paesaggi, le relazioni che pur trasformandosi, persistono attraverso i secoli e i confini. Quelli che possono considerarsi l’ossatura profonda di ogni identità. Con la consapevolezza che comprendere il Mezzogiorno significa osservare da vicino alcune delle trasformazioni che attraversano l’Europa contemporanea.
È dedicata proprio agli "Archetipi mediterranei" l’edizione di quest’anno del Ragusa Foto Festival, la piattaforma culturale internazionale, ideata da Stefania Paxhia e promossa dall’Associazione culturale Antiruggine che dal 2012 promuove una ricerca fotografica che possa raccontare - attraverso mostre, letture portfolio, workshop, incontri e intrattenimento - le trasformazioni e i cambiamenti che stiamo vivendo, nella convinzione che la cultura non sia un lusso da importare dalle grandi capitali ma da costruire con un una prospettiva propria. L’edizione 2026 (le giornate inaugurali dal 27 al 30 agosto; le mostre fino al 27 settembre) sviluppa un’indagine visiva per osservare i territori, le relazioni, le forme quotidiane dell’abitare nei luoghi più decentrati in cui le trasformazioni sociali diventano più visibili. Con la nuova direzione artistica di Alessandra Mauro (direttrice editoriale di Contrastobooks), il Festival consolida un’evoluzione naturale: il dialogo tra qualità curatoriale e territorio si fa più profondo puntando alla produzione di lavori inediti che parlano alla Sicilia e al mondo insieme, mantenendo il rigore dei circuiti fotografici internazionali e il radicamento nei propri luoghi — attraversandone le fragilità, i conflitti e le possibilità.
“Se gli archetipi sono dunque i gesti, i riti, le relazioni che persistono attraverso secoli e confini, di questi archetipi si nutre ancora la nostra cultura e il nostro sguardo. Il Ragusa Foto Festival offre un’occasione per pensare la nostra contemporaneità con consapevolezza e grazia”, afferma Alessandra Mauro. “C’è un archetipo in più: il Festival stesso” commenta Stefania Paxhia, fondatrice della manifestazione. “Da quattordici anni in un angolo di Sicilia lontano dai circuiti culturali più noti, si continua a produrre cultura di qualità, che sorprende ancora proprio perché nasce dove meno te lo aspetti”.
Il programma espositivo comprende undici mostre — tra personali e collettive, confronti generazionali, progetti e residenze — diffuse tra palazzi barocchi, chiese sconsacrate e i giardini di Ragusa Ibla: sei di queste sono produzioni inedite, lavori commissionati, sviluppati e prodotti direttamente dal Festival. Come Niscemi. Un racconto, realizzato in esclusiva da Alessio Mamo – siciliano, fotoreporter per The Guardian, doppio vincitore del World Press Photo – in mostra a Palazzo La Rocca: Niscemi è una città colpita da una frana ma anche un luogo in cui il presente continua a ridefinirsi ogni giorno. il progetto documenta e osserva allora non la spettacolarizzazione della ferita e della frana del gennaio 2026, ma una comunità che si riorganizza e continua a immaginare il proprio futuro. Un progetto inedito che sarà presentato durante le giornate inaugurali dall’autore in dialogo con Nello Scavo, scrittore e inviato di Avvenire.
Piazza Bella Piazza è la produzione originale del Festival dedicata alle piazze italiane intese come luoghi di identità, incontro e memoria condivisa delle nostre aree urbane e della nostra tradizione mediterranea. Il progetto è una grande mostra collettiva che si apre con un prologo d’autore affidato alle opere di Enzo Sellerio, Gianni Berengo Gardin, Roberto Koch e Lorenzo Cicconi Massi, cui si affiancano i lavori di quattro fotografi italiani – Tommaso Ausili, Diana Bagnoli, Francesco Bellina e Irene Starita – che hanno attraversato il Paese fotografando le piazze contemporanee. Per la terza edizione della residenza d’artista, concepita in esclusiva per il Festival con il sostegno di Fondazione Banca Agricola Popolare di Ragusa, a Palazzo La Rocca è in mostra il lavoro inedito di Anna Di Prospero, intitolato La pietra che ha fatto Ragusa. Durante la sua permanenza, l’artista ha reinterpretato attraverso il proprio sguardo le aree industriali iblee legate alla figura di Cesare Zipelli – ingegnere, economista, filantropo e appassionato d’arte – protagonista del grande passato imprenditoriale del territorio ibleo.
L’omaggio ai grandi artisti quest’anno è dedicato a Massimo Vitali e alle sue Spiagge d’Italia – vero archetipo della nostra contemporaneità mediterranea. Anche Vitali sarà presente alle giornate inaugurali. Si tratta di una selezione di immagini di grande formato, esposte nei principali musei e fondazioni internazionali, allestita nella chiesa sconsacrata di San Vincenzo Ferreri. Un racconto "leggero e profondo insieme" di noi che dialoga con quello che avviene "Dall'altra parte del Mediterraneo”, la sezione che apre il dialogo verso i territori vicini con cui condividiamo il nostro mare e la nostra cultura. Ed ecco i Saluti dal Mousganistan, il progetto di Mous Lamrabat, fotografo di origine marocchina cresciuto in Belgio, collaboratore di Vogue Arabia e GQ Middle East. Il suo lavoro, ironico e sottile, intreccia cultura nordafricana, immaginario pop e fotografia fashion per riflettere sui temi dell’identità e dell’appartenenza. Le sue opere sono grandi affreschi che mescolano l'estetica occidentale e quella marocchina per raffigurare molteplici verità senza sacrificare il piacere della bellezza. Tra le voci più riconosciute della fotografia tunisina contemporanea, Zied Ben Romdhane, fotografo dell’Agenzia Magnum, in Under the Sand indaga i contrasti tra le zone costiere e l'entroterra della Tunisia, mostra l’avanzare della desertificazione nel sud del paese e il modo in cui il paesaggio trasforma la vita delle comunità locali, nel fragile equilibrio tra essere umano e natura.
Una riflessione sul fenomeno della migrazione e sul ruolo dei migranti come “messaggeri del presente” è quella che propone in The Messengers Evangelia Kranioti, artista e regista di origine greca che vive in Francia, nel suo progetto di lungo periodo mette in dialogo figure archetipiche della mitologia, come Hermes, divinità dei viaggi e degli attraversamenti, e la contemporaneità, silenziosa e marginale, delle nostre città. E poi c’è Therese Debono, fotografa e docente maltese, che documenta come i paesaggi e gli ambienti costruiti portino le tracce delle storie sociali, culturali ed emotive che li hanno abitati. Con il progetto Blank riflette sul legame tra paesaggio costruito e memoria, concentrandosi sulla trasformazione urbana di Malta.
Nel programma espositivo, fra le altre proposte, anche il progetto vincitore del Premio Portfolio 2025, Taranto non vuole morire di Maria Pansini: un racconto dedicato alla città  dell'Ilva (e in questi giorni, della festa dei Giochi del Mediterraneo) che si declina secondo differenti sguardi, evidenziando una chiara volontà di resistenza; e il progetto vincitore della menzione speciale 2025, Tuffi di Angelo Antonuccio: una rigorosa composizione, dove la giocosità e freschezza dello sguardo si accompagnano a una forte componente emozionale.
Sul sito della manifestazione, www.ragusafotofestival.com, tutte le informazioni e il programma completo per disegnare la propria rotta di scoperta del Mediterraneo. Fra immagini, parole, visioni, incontri. In tutti i suoi archetipi.
Avvenire

Viaggio nella bellezza del sacro: la riscoperta dei luoghi di culto come spazi di partecipazione

Il turismo religioso e culturale vive una nuova fase di consapevolezza, in cui l'architettura delle cattedrali non è più solo da ammirare, ma da vivere come spazio di incontro e comunità.

Il dibattito odierno sollevato dai media nazionali, tra cui Famiglia Cristiana, riaccende i riflettori sul profondo significato della Sacrosanctum Concilium, richiamando il messaggio del Papa sulla necessità di un'autentica "partecipazione attiva" dei fedeli. Questa visione sta ridefinendo il turismo culturale e religioso in Italia: le visite ai grandi complessi abbaziali e alle basiliche si stanno trasformando. Non si tratta più di percorsi puramente estetici o passivi, ma di itinerari volti a far comprendere ai visitatori il legame vitale tra lo spazio architettonico, l'arte sacra e l'azione comunitaria. I luoghi di culto tornano a essere percepiti come spazi vivi di aggregazione e non come semplici musei silenti, offrendo al turista un'esperienza immersiva nella cultura e nella storia della fede.

Milano Fashion & Jewels 2026 a Fiera Milano Rho: Innovazione, sostenibilità e sinergie B2B

L'ecosistema fieristico internazionale guarda a Milano come hub strategico per le tendenze del settore fashion e la digitalizzazione dei processi di matching tra brand e buyer.

Dal 12 al 14 settembre 2026 i padiglioni di Fiera Milano Rho ospitano la nuova edizione di Milano Fashion & Jewels, l'evento di riferimento dedicato al gioiello, al bijou e all'accessorio moda. Con la presenza di oltre 600 brand espositori (di cui il 40% esteri) e buyer provenienti da più di 120 Paesi, la manifestazione mette in mostra le novità di settore con un focus speciale su sostenibilità dei materiali, private label e ricerca di nuovi talenti. La concomitanza con le principali manifestazioni filiera (tra cui TheOneMilano, MICAM e MIPEL) trasforma Fiera Milano in una piattaforma d'affari integrata unica al mondo. Spazi dedicati alle sfilate, aree trend e un'avanzata piattaforma digitale di networking guidano gli operatori verso il futuro dell'accessorio fashion.

(A cura di Albana Ruci)


Essere Frida Kahlo: la costruzione di un'icona

 di Alessandro Beltrami

Una grande mostra alla Tate Modern
di Londra racconta come l’artista abbia costruito la propria maschera e come questa abbia a sua volta generato un nuovo immaginario.
Tra meccanismi multipli di appropriazione
Su Frida Kahlo si devono fare almeno due domande: chi è stata e chi è. La mostra in corso fino al 3 gennaio alla Tate Modern di Londra, “Frida: The Making of an Icon”, risponde a entrambe. Da una parte si preoccupa di restituire in modo filologico la complessità della figura storica e artistica, in particolare inserendola nel contesto di un Messico che, negli anni a ridosso della Seconda guerra mondiale, si ritrova in modo inatteso al crocevia della storia (lo stesso Lev Trockij, tra il 1937 e il 1939, fu ospite nella casa Azul di Frida, a Coyoacán) e tra i grandi laboratori del modernismo. Dall’altra ricostruisce il processo culturale che ne ha fatto una figura pop – lei che aveva preferito ri-radicarsi nella stratificata cultura folk del suo paese.
Per quanto possa apparire sbilanciato sulla seconda, il titolo della mostra copre entrambe le parti, concentrandosi in primis su come Kahlo abbia costruito in modo preciso la propria immagine. Il percorso non presenta solo opere dell’artista ma anche fotografie (tra gli artisti e gli intellettuali, Frida è stata una delle figure di più ritratte del Novecento, al pari forse di Pasolini) e gli abiti tradizionali della sua collezione, con i quali amava presentarsi, particolarmente – con efficace contrasto – in contesto statunitense. Kahlo non indossa abiti che appartengono alle proprio origini, anzi, la sua storia è quella di una meticcia (il padre era un fotografo tedesco, la madre una messicana benestante di origini spagnole e indigene) educata all’interno di un sistema di stampo europeo. Piuttosto, si appropria dei costumi delle popolazioni native su una base politica ed estetica, per ribadire l’appartenenza alla dimensione culturale e nazionale di un Messico indipendente. In questa sorta di processo di decolonizzazione ante litteram, interviene certamente anche una scelta di gusto, ma la questione della proiezione di sé nello spazio pubblico, della coscienza dell’ agency della propria immagine, fondata anche su un principio di seduzione, resta fondamentale. Incontrando perfettamente i desideri della corrente radical della cultura internazionale. In una direzione analoga può essere letta la scelta di adottare come matrice linguistica dei suoi dipinti la naïveté popolare degli ex voto – da cui il falso contatto di un André Breton che, di passaggio in Messico per incontrare Trockij, volle Frida Kahlo surrealista –, il luogo estetico dove il meticciato compiuto tra culture diverse emerge in maniera più potente. Oltre, naturalmente, a essere il registro che le consente insieme aderenza narrativa e approccio fantastico alla propria condizione fisica e biografica, dovuta a una poliomielite contratta da bambina e all’incidente stradale che, a 18 anni, la obbliga a un calvario ortopedico durato tutta la vita.
Che avvenga attraverso le autorappresentazioni pittoriche o per il tramite lo sguardo fotografico altrui, la costruzione della sua “icona” anticipa di vent’anni il lavoro di Andy Warhol: non l’opera in sé, ovviamente, ma il principio che ne sta alla base. Più che intercettare i meccanismi della propaganda politica, Frida è in grado di sintonizzarsi precocemente con quelle che saranno le dinamiche della comunicazione di massa. Nei suoi autoritratti non teme di accentuare alcuni elementi ricorrenti che la caratterizzano, a partire dal sopracciglio unito, e si mostra con una inespressività distante. Spostando la propria immagine verso la maschera – precisamente come nel lavoro di Warhol – Frida è in grado di tipizzarsi e staccarsi da sé.
La seconda parte della mostra è dedicata al processo di iconizzazione contemporaneo. Tutto ha inizio nel 1978, alla Galería de la Raza, nel Mission District di San Francisco, dove cinquantadue artisti chicanos (la popolazione di origine messicana residente negli Stati Uniti), ma non solo, organizza una mostra fondamentale, “Homenaje a Frida Kahlo: El Día de los Muertos”. L’esposizione, presentata come dice il titolo in contemporanea con il Giorno dei morti, rievoca per la prima volta l’artista, anche con veri e propri meccanismi di transfert. Si avvia una appropriazione di secondo grado: come Kahlo si abbigliava alla messicana, ora gli artisti si presentano à la Frida. Alzano altari in suo onore, come a una Madonna laica, riproducono la sua colonna vertebrale spezzata, incorporano nei lavori elementi delle culture indigene. Significativamente, in questa sala è esposto anche l’ultimo lavoro in mostra di Frida, Mi vestido cuelga ahí, che potrebbe essere quasi il bozzetto per un murale. L’artista rivela qui la propria ambivalenza verso gli Stati Uniti: un Paese che ammirava, ma dove si sentiva fuori posto. Per altro in questo dipinto di Frida c’è solo il vestito, steso tra un water e un trofeo: il suo corpo, su cui ha costruito gran parte del proprio lavoro, è assente.
Fino agli anni Settanta il lavoro di Kahlo era poco conosciuto in America. È necessario anche ricordare che quando muore, nel 1954, gli Stati Uniti sono molto diversi da quelli degli anni Trenta, che la stessa Frida aveva conosciuto. Il Paese in cui l’attenzione al socialismo, al movimento operaio, se non al comunismo (si pensi a John Dos Passos o ai paradossali murali di Diego Rivera, controverso compagno di una vita di Frida) era molto forte, negli anni Cinquanta si trova in pieno maccartismo. Non è un caso, allora, che venga riscoperta a San Francisco negli anni Settanta, gli anni politicamente più engagé della seconda metà del Novecento americano, ma ormai sotto il profilo linguistico e culturale completamente trasformati dalla società di massa. È allora che Kahlo, reintrodotta per ragioni politiche, è pronta per essere divorata dal capitalismo postfemminista. Il ciclo si completa: l’artista diventa una eroina pop, in un certo senso il prodotto di un processo di degradazione agiografica in forma secolarizzata.
Frida, ormai chiamata solo per nome come i santi e le dive, dilaga. Si compie il processo di trasformazione in maschera (e conseguente mascheramento), perfetta e agile da indossare perché ormai immediatamente riconoscibile da tutti. I suoi colori sono pronti per essere raccolti dal mondo degli immigrati, dalla pop culture, dal femminismo, dal gender, da Hollywood. Certo, non mancano le riletture interessanti da parte di artiste come Ana Mendieta, Regina José Galindo, Judy Chicago, Kiki Smith, diverse delle quali lavorano sulla violenza e sulla gravidanza, mostrando la capacità di Frida Kahlo di stimolare un lavoro non solo politico ma esteticamente adeguato. Ma, prima congiuntamente con Diego Rivera e poi, seppellito nella memoria l’ex marito, ampiamente in solitaria, Frida diventa emblema da maglietta e da murale. “Fridamania” si intitola l’ultima sala: libri, magazine, film, merchandising, memorabilia, bambole. La Barbie Frida è uscita nel 2018. Aprite la porta: il bookshop ci aspetta.
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