Blog Expo: Archeologia
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Archeologia. Ad Aosta riapre rinnovato il museo dell'area megalitica

 Presentata, dopo un anno di lavori, la ristrutturazione del museo che offre ai visitatori un itinerario di 6mila anni tra dolmen, stele, corredi funerari. E orme di 2mila anni fa appena scoperte


L’Area megalitica di Aosta, una delle più interessanti e ricche aree megalitiche d’Europa, torna ad accogliere il pubblico dopo un’importante operazione di rinnovamento e riallestimento dal punto di vista museale e museografico, durata più di un anno. Il gioiello archeologico è unico per molti motivi: l’antichità dei reperti, che partono dal 4200 a.C., il fatto che siano stati mantenuti nella sede del loro ritrovamento, l’avveniristico progetto architettonico del museo e gli allestimenti tecnologicamente all’avanguardia. «L’Area megalitica di Aosta è un sito la cui rilevanza storico-archeologica è senza dubbio proporzionale al notevole impegno profuso negli anni da diverse figure professionali per conoscerlo, studiarlo, tutelarlo, valorizzarlo e renderlo fruibile», afferma Cristina de La Pierre, Soprintendente per i beni e le attività culturali.

Una superficie di quasi un ettaro che racchiude circa seimila anni di storia, sepolti e poi riemersi dal 1969 ad oggi. Antichi riti fondativi, tumuli funeraridolmen e stele di pietra dal profilo umano, ma anche testimonianze dell’epoca romana e altomedievale. L’Area megalitica propone un’immersione fisica nel passato, per comprendere meglio le origini e la complessità della storia umana. Un'esperienza avvolgente, cullata dalle note leggere, appena percettibili, del Maestro Giovanni Sollima, che ha composto l’identità musicale del sito.

Un nuovo ingresso del museo accoglie i visitatori con tre monoliti di ferro colorato, posti come stendardi sopra la pensilina che protegge l’entrata. Il percorso inizia con un’immagine emblematica: la Rampa del Tempo, un corridoio discendente che permette di compiere un viaggio a ritroso: 6mila anni indietro nel tempo a sei metri di profondità. Qui viene proiettata una sequenza di date, dal presente fino agli ultimi secoli del V millennio a.C. Terminato il conto alla rovescia la vista si spalanca sull’area coperta, una grande “navata” che custodisce le strutture preistoriche, datate dalla fine del Neolitico all’età del Bronzo Antico. E' il risultato di un complesso scavo iniziato nel 1969 e proseguito fino a oggi, che ha portato alla luce testimonianze intatte di un passato ancora avvolto nel mistero. Lentamente tutti i dettagli, tra cui il dolmen che svetta al centro, le arature rituali (una serie di solchi riconducibili al Neolitico), i pozzi, le buche di palo, il tumulo funerario e perfino delle orme umane emerse durante gli scavi di questi ultimi anni, si svelano, prima come geometrie di un articolato disegno generale, e poi come insieme di particolari. Grazie ai fari orientabili, un gioco di luci simula il sorgere e il tramontare del sole e proietta sul terreno le ombre dei reperti.

Originariamente allineate ai pali lignei, le oltre 40 stele antropomorfe rappresentano la prima manifestazione del megalitismo nel sito di Saint-Martin-de-Corléans. Si tratta di monumenti celebrativi dedicati al culto di guerrieri, eroi o divinità, una testimonianza artistica oltre che rituale o religiosa. Le più arcaiche presentano tratti essenziali, mentre le più evolute mostrano una raffigurazione dettagliata di parti del corpo, abiti, ornamenti e armi. La funzione funeraria permea, in epoche diverse, l’intero sito. Sono stati innalzati monumenti funebri costruiti con grandi pietre, dette megaliti: tra queste risalta, anche visivamente, un dolmen imponente, a piattaforma triangolare. Sono inoltre presenti sepolture di differente tipologia: a cista (costituita da sei o più lastre di pietra a formare una “scatola”); dolmen semplici, con piattaforma circolare; dolmen a corridoio, cosiddetti allées couvertes; e, infine, sepolture connotate da una grande fossa con massiccio muro circolare di delimitazione.

Una scoperta recentissima fatta dagli archeologi della Soprintendenza consiste nel ritrovamento di una serie di orme umane impresse nel terreno, il cui studio, tuttora in corso, ha già fornito importanti informazioni su coloro che lì vivevano e coltivavano la terra. Si tratta delle orme umane più antiche della regione, datate al 2200 a.C. circa, ovvero nel momento di passaggio tra l’età del Rame e l’età del Bronzo. Rimaste impresse su terreni arati, si sono conservate grazie al preesistente terreno argilloso, su cui si sono depositati strati protettivi di colate detritiche e terreno di esondazioni. Dalle indagini risulta che appartenessero a individui con calzature piatte, tipo babbucce.

Al piano superiore protagonista è l’epoca romana. Simulando un viaggio lungo la Via delle Gallie, si raggiunge l’antica Aosta, Augusta Prætoria, per esplorarne il territorio extra-urbano. Le numerose evidenze archeologiche di epoca romana nel sito di Saint-Martin-de-Corléans si riferiscono ad attività insediative e funerarie. Se una prima sezione è dedicata agli insediamenti rustici e ai temi della vita quotidiana, un’altra sezione evidenzia le necropoli scavate sotto la chiesa parrocchiale di Saint-Martin-de-Corléans. Le tombe vantano corredi particolarmente ricchi, che denotano l’agiatezza degli abitanti. Dopo l’epoca romana l’edificio rustico fu abbandonato e trasformato in area agricola. Venne comunque mantenuta in funzione la strada individuata sotto l’attuale corso Saint-Martin-de-Corléans, preziosa arteria di transito, con l’aggiunta, in età altomedievale, di un possente muraglione e un nuovo fondo viario. Risale a questo periodo l’edificazione della chiesa dedicata a San Martino di Tours, la cui prima menzione si trova in una bolla papale datata 1176. «La grandiosità e la ricchezza di un sito come l’Area megalitica fanno di Aosta una capitale del megalitismo europeo», dichiara Jean-Pierre Guichardaz, Assessore regionale per i Beni e le attività culturali, Sistema educativo e Politiche per le relazioni intergenerazionali. «Con l’apertura di questo sito, allestito secondo standard decisamente elevati, si arricchisce il sistema dell’offerta culturale regionale di un gioiello di portata internazionale che, oltre ad impreziosire il patrimonio archeologico cittadino, conferma e rafforza l’identità storico-culturale di un territorio alpino di confine, da sempre luogo di incontro, scambio e contaminazione culturale».

avvenire.it

Archeologia. Stonehenge? Non è un calendario solare ma una "porta" per l'aldilà

Stonehenge è un calendario solare? Molto probabilmente no. È la conclusione a cui sono arrivati Giulio Magli. docente al Politecnico di Milano, e Juan Antonio Belmonte. dell’Instituto de Astrofísica de Canarias e Universidad de La Laguna di Tenerife, che hanno sottoposto il celebre sito archeologico inglese a una lunga serie di test per verificare dal punto di vista astronomico le teorie avanzate, mentre si rafforza l'interpretazione di questo monumento, ormai piuttosto affermato tra gli archeologi come “luogo degli antenati”.

Magli e Belmonte, che hanno pubblicato la loro ricerca sulla rivista Antiquity, hanno impiegato gli strumenti dell'archeoastronomia, utilizzando le immagini satellitari per studiare l’orientamento di antichi siti archeologici. Stonehenge mostra un allineamento astronomico rispetto al sole in connessione sia all'alba del solstizio d'estate, che al tramonto del solstizio d'inverno. Ciò spiega un interesse simbolico dei costruttori per il ciclo solare, molto probabilmente legato alle connessioni tra vita ultraterrena e solstizio d'inverno nelle società neolitiche.

Questo per i ricercatori è molto lontano dall’affermare che il monumento fosse utilizzato come un gigantesco calendario, come invece è stato proposto in una recente teoria pubblicata a sua volta sull’autorevole Archaeology Journal Antiquity. Secondo questo studio il monumento rappresenterebbe un calendario basato su 365 giorni all'anno, suddivisi in 12 mesi di 30 giorni più cinque giorni epagomeni (i giorni che vengono aggiunti per avvicinare la durata dell'anno del calendario a quella dell'anno solare), con l’inserimento di un anno bisestile ogni quattro. Questo calendario è identico a quello Alessandrino, introdotto più di due millenni dopo, alla fine del I secolo a.C., come combinazione del Calendario Giuliano, introdotto da Giulio Cesare, e del Calendario Egizio.

La teoria che è stata sottoposta a verifica dai due esperti di archeoastronomia, mostrando che la teoria si baserebbe su una serie di interpretazioni forzate delle connessioni astronomiche del monumento. Magli e Belmonte hanno analizzato l’elemento astronomico. Nonostante l'allineamento del solstizio sia accurato, gli autori mostrano che il lento movimento del sole all'orizzonte nei giorni prossimi ai solstizi rende impossibile controllare il corretto funzionamento del presunto calendario, poiché il dispositivo, composto da enormi pietre, dovrebbe essere in grado di distinguere posizioni molto precise, meno di 1/10 di grado.

In secondo luogo, a loro avviso è pericoloso affidarsi a una numerologia precisa. In questo caso, il “numero chiave” del presunto calendario, 12, non è riconoscibile in nessun elemento di Stonehenge, così come qualsiasi mezzo per tenere conto del giorno epagomeno aggiuntivo ogni quattro anni. Allo stesso tempo altri numeri non vengono presi in considerazione: il portale di Stonehenge, ad esempio, era fatto di due pietre.

Infine, i modelli culturali appaiono applicati in termini anacronistici. Una prima elaborazione del calendario di 365 giorni più 1 è documentata in Egitto solo due millenni dopo Stonehenge, per entrare in uso secoli dopo. Se i costruttori hanno ripreso il calendario dall'Egitto, osservano Magli e Belmonte, lo hanno perfezionato da soli. Inoltre, avrebbero inventato anche un edificio per "controllare" il tempo, poiché nulla di simile è mai esistito nell'antico Egitto. Infine, un trasferimento e un'elaborazione di nozioni con l'Egitto avvenuto intorno al 2600 a.C. è privo di basi archeologiche.

«Tutto sommato, – sottolineano Magli e Belmonte – il presunto calendario solare neolitico di Stonehenge si è dimostrato un costrutto puramente moderno, le cui basi archeoastronomiche e calendariali sono scarse. Come più volte accaduto in passato, ad esempio per le affermazioni (dimostrate insostenibili dalla ricerca moderna) che Stonehenge fosse usata per predire le eclissi, il monumento torna al suo ruolo di testimone silenzioso del paesaggio sacro dei suoi costruttori, ruolo che non toglie nulla al suo straordinario fascino».

avvenire.it

Borsa archeologica Paestum, ecco le 5 scoperte finaliste

 

PAESTUM - La città fondata da Amenhotep III a Luxor e riaffiorata nel deserto in Egitto; la stanza degli schiavi nella villa di Civita Giuliana a Pompei; il tempio buddista urbano riemerso in Pakistan nel sito di Barikot; il mosaico con scene dell'Iliade ritrovato nella contea di Rutland nel Regno Unito; il santuario rupestre venuto alla luce in Anatolia nel sito di Karahantepe.

Sono queste le cinque scoperte archeologiche del 2021 scelte dalla Borsa archeologica di Paestum e candidate alla vittoria dell'ottavo International Archaeological Discovery Award "Khaled al-Asaad".
    Lo annuncia il direttore e fondatore della Borsa, Ugo Picarelli, precisando che il Premio alla prima classificata, sarà consegnato venerdì 28 ottobre, in occasione della XXIV BMTA in programma a Paestum dal 27 al 30 ottobre 2022, alla presenza di Fayrouz Asaad, archeologa e figlia di Khaled.

Il premio viene assegnato in collaborazione con le testate media partner della Borsa, che sono: Antike Welt (Germania), Archäologie in Deutschland (Germania), Archéologia (Francia), as. Archäologie der Schweiz (Svizzera), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d'Archéologie (Francia). (ANSA).