Archeologia. Ad Aosta riapre rinnovato il museo dell'area megalitica

 Presentata, dopo un anno di lavori, la ristrutturazione del museo che offre ai visitatori un itinerario di 6mila anni tra dolmen, stele, corredi funerari. E orme di 2mila anni fa appena scoperte


L’Area megalitica di Aosta, una delle più interessanti e ricche aree megalitiche d’Europa, torna ad accogliere il pubblico dopo un’importante operazione di rinnovamento e riallestimento dal punto di vista museale e museografico, durata più di un anno. Il gioiello archeologico è unico per molti motivi: l’antichità dei reperti, che partono dal 4200 a.C., il fatto che siano stati mantenuti nella sede del loro ritrovamento, l’avveniristico progetto architettonico del museo e gli allestimenti tecnologicamente all’avanguardia. «L’Area megalitica di Aosta è un sito la cui rilevanza storico-archeologica è senza dubbio proporzionale al notevole impegno profuso negli anni da diverse figure professionali per conoscerlo, studiarlo, tutelarlo, valorizzarlo e renderlo fruibile», afferma Cristina de La Pierre, Soprintendente per i beni e le attività culturali.

Una superficie di quasi un ettaro che racchiude circa seimila anni di storia, sepolti e poi riemersi dal 1969 ad oggi. Antichi riti fondativi, tumuli funeraridolmen e stele di pietra dal profilo umano, ma anche testimonianze dell’epoca romana e altomedievale. L’Area megalitica propone un’immersione fisica nel passato, per comprendere meglio le origini e la complessità della storia umana. Un'esperienza avvolgente, cullata dalle note leggere, appena percettibili, del Maestro Giovanni Sollima, che ha composto l’identità musicale del sito.

Un nuovo ingresso del museo accoglie i visitatori con tre monoliti di ferro colorato, posti come stendardi sopra la pensilina che protegge l’entrata. Il percorso inizia con un’immagine emblematica: la Rampa del Tempo, un corridoio discendente che permette di compiere un viaggio a ritroso: 6mila anni indietro nel tempo a sei metri di profondità. Qui viene proiettata una sequenza di date, dal presente fino agli ultimi secoli del V millennio a.C. Terminato il conto alla rovescia la vista si spalanca sull’area coperta, una grande “navata” che custodisce le strutture preistoriche, datate dalla fine del Neolitico all’età del Bronzo Antico. E' il risultato di un complesso scavo iniziato nel 1969 e proseguito fino a oggi, che ha portato alla luce testimonianze intatte di un passato ancora avvolto nel mistero. Lentamente tutti i dettagli, tra cui il dolmen che svetta al centro, le arature rituali (una serie di solchi riconducibili al Neolitico), i pozzi, le buche di palo, il tumulo funerario e perfino delle orme umane emerse durante gli scavi di questi ultimi anni, si svelano, prima come geometrie di un articolato disegno generale, e poi come insieme di particolari. Grazie ai fari orientabili, un gioco di luci simula il sorgere e il tramontare del sole e proietta sul terreno le ombre dei reperti.

Originariamente allineate ai pali lignei, le oltre 40 stele antropomorfe rappresentano la prima manifestazione del megalitismo nel sito di Saint-Martin-de-Corléans. Si tratta di monumenti celebrativi dedicati al culto di guerrieri, eroi o divinità, una testimonianza artistica oltre che rituale o religiosa. Le più arcaiche presentano tratti essenziali, mentre le più evolute mostrano una raffigurazione dettagliata di parti del corpo, abiti, ornamenti e armi. La funzione funeraria permea, in epoche diverse, l’intero sito. Sono stati innalzati monumenti funebri costruiti con grandi pietre, dette megaliti: tra queste risalta, anche visivamente, un dolmen imponente, a piattaforma triangolare. Sono inoltre presenti sepolture di differente tipologia: a cista (costituita da sei o più lastre di pietra a formare una “scatola”); dolmen semplici, con piattaforma circolare; dolmen a corridoio, cosiddetti allées couvertes; e, infine, sepolture connotate da una grande fossa con massiccio muro circolare di delimitazione.

Una scoperta recentissima fatta dagli archeologi della Soprintendenza consiste nel ritrovamento di una serie di orme umane impresse nel terreno, il cui studio, tuttora in corso, ha già fornito importanti informazioni su coloro che lì vivevano e coltivavano la terra. Si tratta delle orme umane più antiche della regione, datate al 2200 a.C. circa, ovvero nel momento di passaggio tra l’età del Rame e l’età del Bronzo. Rimaste impresse su terreni arati, si sono conservate grazie al preesistente terreno argilloso, su cui si sono depositati strati protettivi di colate detritiche e terreno di esondazioni. Dalle indagini risulta che appartenessero a individui con calzature piatte, tipo babbucce.

Al piano superiore protagonista è l’epoca romana. Simulando un viaggio lungo la Via delle Gallie, si raggiunge l’antica Aosta, Augusta Prætoria, per esplorarne il territorio extra-urbano. Le numerose evidenze archeologiche di epoca romana nel sito di Saint-Martin-de-Corléans si riferiscono ad attività insediative e funerarie. Se una prima sezione è dedicata agli insediamenti rustici e ai temi della vita quotidiana, un’altra sezione evidenzia le necropoli scavate sotto la chiesa parrocchiale di Saint-Martin-de-Corléans. Le tombe vantano corredi particolarmente ricchi, che denotano l’agiatezza degli abitanti. Dopo l’epoca romana l’edificio rustico fu abbandonato e trasformato in area agricola. Venne comunque mantenuta in funzione la strada individuata sotto l’attuale corso Saint-Martin-de-Corléans, preziosa arteria di transito, con l’aggiunta, in età altomedievale, di un possente muraglione e un nuovo fondo viario. Risale a questo periodo l’edificazione della chiesa dedicata a San Martino di Tours, la cui prima menzione si trova in una bolla papale datata 1176. «La grandiosità e la ricchezza di un sito come l’Area megalitica fanno di Aosta una capitale del megalitismo europeo», dichiara Jean-Pierre Guichardaz, Assessore regionale per i Beni e le attività culturali, Sistema educativo e Politiche per le relazioni intergenerazionali. «Con l’apertura di questo sito, allestito secondo standard decisamente elevati, si arricchisce il sistema dell’offerta culturale regionale di un gioiello di portata internazionale che, oltre ad impreziosire il patrimonio archeologico cittadino, conferma e rafforza l’identità storico-culturale di un territorio alpino di confine, da sempre luogo di incontro, scambio e contaminazione culturale».

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Francesca Bergesio è la nuova Miss Italia

 AGI - Francesca Bergesio è la vincitrice del titolo di Miss Italia 2023. È lei che è stata scelta tra le 40 finaliste che oggi hanno partecipato alla finale a Salsomaggiore Terme. Al presidente della giuria Vittorio Sgarbi il compito di incoronare la giovane vincitrice


E'una piemontese la Miss Italia 2023: Francesca Bergesio, 19 anni, di Cervere, in provincia di Cuneo.

La proclamazione questa sera a Salsomaggiore Terme dove il concorso di bellezza è tornato dopo 13 anni.
    Studentessa di Medicina a Roma, è la figlia maggiore del senatore della Lega Giorgio Bergesio.

Ad agosto a Barbaresco (Cuneo) era stata proclamata miss Piemonte ed aveva ricevuto la fascia da Ronn Moss, lo storico Ridge di Beautiful. Il titolo di miss Italia torna in Piemonte 18 anni dopo il successo di Edelfa Chiara Masciotta che a sua volta era succeduta a un'altra torinese, Cristina Chiabotto.
    "E' un'emozione indescrivibile, ringrazio di cuore il pubblico e la giuria, questa serata rimarrà per sempre nel mio cuore", le prime parole di Francesca Bergesio.
   

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Reportage. Il palazzo dei cecchini di Mostar è diventato il regno della street art

Viaggio nella città bosniaca a trent'anni dalla distruzione del ponte-simbolo, ora ricostruito
Uno dei murales che lo decorano l'ex “Palazzo dei cecchini” di Mostar

Uno dei murales che lo decorano l'ex “Palazzo dei cecchini” di Mostar - WikiCommons

Da quassù, il Ponte vecchio abbattuto trent’anni fa e poi ricostruito non si vede. Lo Stari Most rimane nascosto in mezzo a un groviglio di antiche case ottomane del centro. All’ultimo piano dell’edificio abbandonato della Staklena banka c’è però la miglior visuale dall’alto su Mostar. Da qui si può esplorare attentamente quella parte del centro cittadino che non è stata ancora ricostruita. Osservare le ferite e le contraddizioni di un contesto urbano che è metafora delle persistenti divisioni sociali. I mostarini lo chiamano ancora “il palazzo di vetro”, anche se non c’è più alcuna traccia delle sue gigantesche vetrate blu. Sono saltate in aria tutte durante la guerra. Una decina di piani, circa trenta metri d’altezza, un profilo appuntito audace e avveniristico. Venne costruito per ospitare un istituto bancario poco prima che scoppiasse il conflitto, nel 1992. Fecero in tempo a mettere in funzione soltanto i primi due piani di quello che era all’epoca l’edificio più alto di Mostar. Durante la guerra poi i cecchini croati l’avrebbero utilizzato a lungo per seminare terrore e morte sui civili.

L’edificio, ancora crivellato da fori di proiettile e colpi di mortaio, è un macabro ricordo di quegli anni ormai lontani. Il suo imponente guscio di cemento a pianta triangolare si affaccia minaccioso sul Bulevar, lo stradone che negli anni ‘90 segnava la linea del fronte e per molti abitanti della città rappresenta tuttora un confine interno che separa lo spazio vitale della comunità croata a ovest e di quella bosniaco-musulmana a est. L’accesso al palazzo è stato inibito per motivi di sicurezza da barriere in cemento e mattoni alte quattro metri. Ma gli abitanti conoscono il punto esatto dal quale è possibile entrare scavalcando un alto muro sul retro del pianterreno.

L’interno è stato trasformato da tempo in uno spazio artistico pubblico. I suoi muri anneriti sono stati decorati con le opere degli artisti di strada che si sono sbizzarriti con bombolette spray, aerografi, stencil e disegni a mano libera. Alcune sono colorate e ironiche, altre cupe e inquietanti. Seguono lo spirito di una città che da almeno una decina d’anni, grazie a un festival che ospita artisti provenienti da tutto il mondo, è diventata l’indiscussa capitale dei Balcani per la street art. Il Safmo (Street Arts Festival Mostar), nato nel 2011, ha riempito Mostar di murales e graffiti realizzati da artisti locali e internazionali. Il “palazzo di vetro” è quasi un biglietto da visita di questa nuova tendenza culturale. Ogni piano dell’edificio è accessibile attraverso una serie di scale esterne in cemento prive di ringhiera che si affacciano su enormi ambienti aperti, privi di porte e finestre, e mostrano i davanzali da dove i cecchini prendevano la mira.

Una scala metallica all’ultimo piano consente anche di salire sul tetto, spalancando una formidabile vista panoramica a volo d’uccello su tutta la città. In molti edifici sottostanti sono ancora ben visibili gli effetti del terribile urbicidio compiuto negli anni della guerra. «Questi palazzi distrutti sono il simbolo di una città che ancora fatica a ritrovare lo spirito multiculturale di un tempo e resta profondamente divisa – ci spiega Dario Terzic, scrittore e docente universitario di Mostar –. Direi la più divisa di tutta la Bosnia, con una maggioranza bosniaca sulla sponda orientale, una maggioranza croata su quella occidentale e pochi serbi sparsi in entrambe le aree». Comunità che avevano vissuto in pace per centinaia di anni ma poi hanno finito per scontrarsi nel tentativo di distruggersi a vicenda. Trent’anni non sono bastati per rimarginare le profonde cicatrici sociali e politiche lasciate dalla guerra perché qualcuno ha remato contro.

Sul davanzale più alto del “palazzo di vetro” c’è una scritta a caratteri cubitali, “Zavadi pa vladaj” (Divide et impera). Secondo Terzic è un chiaro riferimento alla politica locale che continua a fare tutto il possibile per soffiare sul fuoco delle divisioni: «I partiti nazionalisti si sono messi d’accordo per spartirsi il territorio. La mentalità della gente non è più quella di prima, perché la guerra ha segnato anche un cambiamento profondo nella composizione degli abitanti e ha fatto venir meno il vecchio spirito di Mostar». Nel 2020, dopo dodici anni di rinvii dovuti ai continui litigi tra i partiti, sono state finalmente organizzate le elezioni comunali ma Mostar è ancora una città spaccata in due, con i musulmani a est e i croati a ovest, dove le divisioni etniche servono ad alimentare il clientelismo politico. Per i suoi 110mila abitanti tutto è diviso: le reti telefoniche, i servizi postali, le compagnie di servizi pubblici. «Dopo la guerra la politica ha riscritto la storia favorendo un’artificiosa separazione linguistica. Non esiste più uno spazio comune per la lettura, lo scambio e il dialogo. La scuola, dalle elementari all’università, ha classi separate e programmi diversi per croati e musulmani», conclude amaramente Terzic.

Il palazzo dei cecchini si affaccia su Španski trg, la piazza di Spagna, dove spicca lo sfarzoso edificio in stile moresco dell’antica Stara gimnazija, “il vecchio liceo”, l’unica scuola cittadina che accogliendo studenti di ogni provenienza e gruppo etnico rappresenta l’unica eccezione in un universo cittadino fatto di barriere, divisioni, muri invisibili. Le acque color smeraldo della Neretva segnano ancora il confine tra le due zone della città. Lo Stari Most che le sovrasta con la sua meravigliosa arcata a schiena d’asino si trova a una decina di minuti a piedi da qua. I turisti affollano l’area intorno al Ponte vecchio, che è stata meticolosamente riportata al suo antico splendore nel 2004 e inserita nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco.

Ma altri simboli della città non hanno avuto la stessa fortuna. Il grande cimitero memoriale partigiano costruito negli anni ‘60 per commemorare i combattenti serbi, croati, musulmani ed ebrei caduti nella Seconda guerra mondiale, fu colpito dalle prime granate esplose nel 1992 e da allora è stato abbandonato, «perché è un simbolo di unità che contrasta apertamente con le divisioni odierne», spiega Edita Vucic, docente di beni culturali all’università di Mostar. Considerato uno dei più importanti monumenti antifascisti dei Balcani, venne progettato dal famoso architetto jugoslavo Bogdan Bogdanovic con l’intento di segnare un futuro condiviso per tutti i gruppi etnici che componevano il Paese ma nell’estate dell’anno scorso è stato gravemente vandalizzato. Quasi tutti i suoi seicento fiori di pietra con i nomi dei combattenti antifascisti sono stati spaccati a colpi di martello e piccone. All’ingresso sono state dipinte svastiche con la vernice spray. «È stato un chiaro sfregio alla memoria condivisa della città e dell’intera Bosnia», sostiene Vucic, che continua a portare i suoi studenti in visita al cimitero. «Molti di loro non l’avevano mai visto. Farli venire qui è molto importante perché senza memoria non c’è futuro».

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Il reportage. Delia, Adolfo e una vita lunga. I segreti dei centenari sardi

Zia Consola, che tra gli elisir di lunga vita aveva il minestrone condito con l’olio di lentisco Se il dottor Faust e Dorian Gray avessero saputo che bastava la minestra di zia Consola, si sarebbero risparmiati molti pensieri. Chi mangia il minestrone della famiglia Melis, infatti, campa cent’anni. Lo sanno tutti a Perdasdefogu. Questo paesino sardo aggrappato al marmo dell’Ogliastra è diventato famoso per essere stato contaminato dall’uranio impoverito delle bombe Nato. Non era vero niente: i militari si esercitavano in zona, ma l’uranio era riservato ai teatri di guerra. Ci sono voluti anni per appurarlo. Alla fine si è scoperto che, al contrario, tra le pecore e il lentisco si vive più a lungo: nel frattempo, infatti, questa per la scienza era diventata una delle cinque Blu Zone al mondo, quei territori dove gli anziani stanno meglio e vivono di più. Adesso, proprio all’interno del poligono interforze di Salto di Quirra, sta nascendo un laboratorio per lo studio della longevità. Merito dell’Associazione per la tutela dell’identità ogliastrina e della Barbagia di Seulo, guidata da Flavio Cabitza. Il dentista foghesino ha vinto la causa che ha impedito lo sfruttamento commerciale dei campioni di sangue del suo popolo. Più di 11.700 ogliastrini, nei primi anni 2000, avevano accettato di donare il proprio dna nell’ambito di un progetto di ricerca del Cnr e di una società privata. Con il fallimento di quest’ultima, la biobanca rischiava di lasciare l’isola. Oggi i campioni sono custoditi all’Università di Sassari. Insieme a quella di Cagliari, è partner dell’associazione in una nuova ricerca: oltre ad esaminare quel sangue, si farà luce sulle cause, genetiche e non, che permettono di vivere più a lungo.

Le prime scoperte sono arrivate. È emerso dal festival della longevità di Tortolì e Perdasdefogu, dove si è discusso su come sfruttare la scoperta a fini turistici. La ricaduta però sarà ben più ampia se si riuscirà a capire perché i sardi sono immuni a talune malattie. Le statistiche ci dicono che sull’isola ci sono 16,6 centenari ogni 100mila abitanti (e 17,9 nell’Ogliastra) mentre in Italia sono 14,1. A vivere di più sono i maschi: il rapporto tra femmine e maschi che raggiungono i 100 anni passa tasso dai 3,8 dell’Italia al 2,70 della Sardegna a 1,4 in questa parte del territorio nuorese.

Zia Consola non si è mai posta il problema, mentre condiva il minestrone con l’olio di lentisco, una sorta di elisir di lunga vita al costo di 700 euro al litro. La nuora, Delia, 84 primavere, ci ricorda che «il frutto del lentisco va raccolto col vello, bollito, messo in un sacco, pestato da una donna anziana a piedi nudi e poi bollito di nuovo: l’olio viene in superficie durante la bollitura e tu lo tiri su col mestolo…». È fatica vana mettere in discussione la ritualità della pigiatura e perché ci si debba buttare sulle spalle una pelle di pecora. Zia Delia è irremovibile su certe pratiche, che intercettano credenze ancestrali, sviluppatesi intorno al culto della natura come Dea Madre. «Viviamo a lungo perché preghiamo tanto - assicura -. Preghiamo per difendere la vigna, all’alba o al tramonto, mettendo sotto la lingua un bottone; non ho mai capito perché ma funzionava solo così. Pregano i cacciatori ed è una preghiera antichissima che neanche i preti sanno». Com’è come non è, suo marito, zi’ Adolfo è vissuto 98 anni. Si portava appresso il dna di zia Consola, che, avendo sfiorato i 108 anni, è diventata l’icona della longevità sarda. Anche lei mangiava il case agedu, un formaggio fresco di capra dal gusto acido. Pare che abbia proprietà salutari.

Viene da Perdasdefogu anche Elisa Lai, la nutrizionista che lavora con Grazia Fenu Pintori, docente di scienze biomediche dell’Università di Sassari. Con un’altra ricercatrice, Benedetta Pische, studia nel laboratorio di Salto di Quirra le cause epigenetiche della longevità, quei fattori esterni - dal clima all’alimentazione - che modulano l’espressione dei nostri geni e quindi la reazione del corpo. La società Cell Wellebeing ha messo a disposizione la tecnologia C-Drive, che, attraverso l’analisi del capello, evidenzia i fattori epigenetici. Servirà ad effettuare rapidamente la mappatura.

Con l’associazione collabora l’Università di Cagliari: «I microbi che abbiamo nel corpo - spiega Germano Orrù, direttore del laboratorio di Biologia molecolare del dipartimento di Scienze chirurgiche - non sono secondari ai processi che modulano lo stato di salute dell’uomo. Il microbiota rappresenta la comunità dei microrganismi presenti nel nostro corpo, una sorta di “tessuto” microbico fondamentale per i nostri processi vitali. Il cavo orale presenta il secondo microbiota come massa batterica dopo quello intestinale e risultati recenti lo associano a diverse malattie degenerative, non solo orali ma anche sistemiche, quali ad esempio l’artrite reumatoide, il tumore al colon retto. Mantenere il microbiota in uno stato di “eubiosi” (e quindi in equilibrio) significa far prevalere le specie microbiche buone (commensali) rispetto a quelle che potenzialmente possono modulare le patologie descritte prima. Da ciò discende l’utilità dell’igiene orale: non è un caso che le antiche popolazioni dell’Ogliastra la curassero con attenzione».

Studiando le ossa degli antenati di zia Consola, e in particolare la placca dentale dei foghesini vissuti tra fine ‘800 e il 1950, Orrù è arrivato alla conclusione - presentata in un congresso medico a Bristol - «che la loro longevità sia stata condizionata anche dai batteri della bocca e da una costante igiene orale, che i sardi praticavano con arbusti e masticando foglie dalle proprietà antibatteriche. In questo modo, contrastavano proprio i batteri patobionti» che, duecento anni fa, erano presenti nel cavo orale degli ogliastrini in percentuali significativamente minori di oggi. La palepatologa Cristina Demontis, che ha lavorato sul tartaro degli antenati, ha rilevato per l’appunto una diffusione più limitata delle carie e tracce di una costante igiene orale: «Sui denti delle popolazioni ottocentesche ci sono dei solchi che testimoniano lo strofinamento intenso con arbusti», spiega. «Corbezzolo e ulivo hanno proprietà antibatteriche - aggiunge Orrù - e lo strofinamento causava il permanere di detriti di corteccia in bocca, prolungando l’effetto». Anche il mirto inibirebbe i patobionti.

Secondo gli scienziati, inoltre, gli antichi ogliastrini si nutrivano abitualmente di erbe e frutti altamente funzionali, come appunto il lentisco, e le loro capre, da cui ricavano il formaggio, brucavano 40 diverse varietà di erba. Tutto ciò finiva nel minestrone di zia Consola e delle altre donne ogliastrine. Queste scoperte sono state pubblicate su Nature. Gli scienziati si sbilanciano a dire che «l'antica popolazione sarda era in grado di controllare il biofilm anaerobico orale dei patogeni con una dieta ricca di composti antiossidanti». Biodiversità e salute hanno un forte appeal turistico, si sa, ma Orrù guarda più lontano: queste ricerche sui patobionti della bocca e sull’effetto antiossidante di taluni alimenti sardi, «convergono nel valutare aspetti protettivi alimentari verso malattie degenerative, come l’aterosclerosi».

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Capolavori del Rinascimento riuniti a New York dopo 400 anni

NEW YORK - Un museo americano riunisce due capolavori del Rinascimento che non avevano 'abitato' sotto lo stesso tetto da oltre quattrocento anni.

Da domani al 4 febbraio la Frick Collection di New York ospitera' i Tre Filosofi di Giorgione in prestito dal Kunsthistorisches di Vienna nella stessa sala dove e' esposto il San Francesco nel Deserto di Giovanni Bellini, acquistato nel 1915 dal magnate dell'acciaio Henry Clay Frick e da lui lasciato in eredita' al museo che porta il suo nome.

Nel 1525 entrambi i quadri, piu' o meno delle stesse dimensioni e dal soggetto analogo che evoca il rapporto tra l'uomo e la natura, furono "censiti", assieme ad altre opere, dal collezionista veneziano Marcantonio Michiel nella casa del nobile mercante Taddeo Contarini dove, sia pure in saloni diversi, continuarono ad essere esposti per decenni prima di essere separati, spiega all'ANSA Xavier Salomon, il vice direttore della Frick che ha curato il gemellaggio e il relativo catalogo di accompagnamento. La mostra chiude la stagione della Frick nella sua sede temporanea di Madison Avenue. Salomon esamina la storia dei dipinti, su cui molto si e' scritto ma assai poco di certo si sa, e del loro antico proprietario, un personaggio elusivo, schivo dalla politica veneziana ma abilissimo negli affari: "Aveva praticamente il monopolio delle macellerie sulla laguna e fiorenti traffici di derrate alimentari verso le isole greche e Costantinopoli". Per Salomon, l'arrivo a New York del Giorgione ha il sapore di "un sogno", avendo lui ammirato da ragazzo i Tre Filosofi grazie alle gite di studio a Vienna quando era studente al Courtauld di Londra. E' solo la seconda volta - e la prima a New York - che la misteriosa immagine da alcuni identificata come dei Re Magi, da altri in maestri della filosofia antica, viaggia negli Usa dopo la mostra del 2006 alla National Gallery di Washington sul Rinascimento veneziano. Bellini e Giorgione furono dipinti a una generazione di distanza. Piu' collezionista che mecenate, Contarini aveva acquistato prima il San Francesco e a seguire i Tre Filosofi di cui forse era stato anche il committente: e' comunque probabile che l'artista della Tempesta, all'epoca proprieta' del cognato e vicino di casa di Taddeo, Gabriele Vendramin, avesse visto, e si fosse ispirato, al quadro del piu' anziano maestro ammirato in casa Contarini. La mostra e' l'ultimo esperimento della Frick nell'edificio in stile brutalista disegnato da Marcel Breuer dove le raccolte di Old Masters e arti decorative si sono trasferite per permettere al museo di ristrutturare la sede storica su Fifth Avenue: in marzo la Frick Madison chiudera' i battenti per tornare a casa nella mansion su Fifth Avenue: dovrebbe riaprire i battenti al pubblico alla fine del 2024, mentre gli spazi lasciati liberi dalle collezioni diventeranno il quartier generale della casa d'aste Sotheby's ora su York Avenue. 
   

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