La mostra. "Rara Herbaria": i semi della scienza fioriti grazie al disegno


A Roma la Biblioteca dei Lincei espone incunaboli e volumi cinque-seicenteschi di stampo scientifico. Edizioni raffinatissime, al cui centro c'è la sfida di una rappresentazione oggettiva del reale

Nella stimolante esplosione di riflessioni e ricerche orientate a ricomporre i rapporti tra civiltà e culture in una prospettiva “globale” – capace di svincolarsi dalle maglie di approcci storiografici spesso viziati da presunzioni e stereotipi ormai superati - un posto d’onore spetta alla storia della scienza e della filosofia naturale, un terreno di studi che reca con sé una irrinunciabile vocazione interdisciplinare, al punto da costituire una sorta di crocevia tra interessi storico-culturali, storico-artistici e antropologici. Contesto privilegiato di tale intreccio è quello della illustrazione scientifica, ambito di sperimentazione di disegnatori, artisti, tecnici della raffigurazione, che sin dagli albori della trattatistica di tema naturalistico hanno accompagnato l’impegno di medici, botanici, apotecari e studiosi dei fenomeni dell’Universo.

La mostra Rara Herbaria. Libri e Natura dal XV al XVII secolo, ospitata a Roma fino al 3 luglio presso la Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana (via della Lungara 10, ingresso gratuito), è una preziosa occasione per entrare in contatto con il mondo affascinante del libro illustrato di materia scientifica. L’esposizione, curata dall’accademica lincea, storica dell’arte ed esperta di illustrazione scientifica Lucia Tongiorgi Tomasi e da Michael Jakob, storico della cultura e del paesaggio, ospita parte dell’inestimabile collezione di Peter Goop (Vaduz, Liechtenstein), offrendo ai visitatori l’opportunità di ammirare – con assoluta coerenza comparativa – alcuni esemplari provenienti dalla biblioteca di Federico Cesi, fondatore dell’Accademia lincea (1603) e instancabile studioso di botanica e scienze naturali. Tra i volumi esposti, spiccano rari esemplari dei più celebri erbari di epoca rinascimentale: incunaboli illustrati che documentano l’evoluzione dell’iconografia scientifica e del suo rapporto con il testo scritto, evidenziando il difficile percorso di affinamento delle tecniche di riproduzione dei fenomeni naturali. Tra gli altri, spiccano i cosiddetti Kräuterbücher, testi in gran parte anonimi che di fatto aprirono la strada al genere dell’erbario stampato, la prima edizione illustrata della Naturalis historia di Plinio, pubblicata a Venezia nel 1513, e il prezioso De arte distillandi, in un esemplare di provenienza Cesi-Albani che – in apertura di mostra – Goop ha annunciato di voler donare alla Biblioteca Corsiniana.


 Già in epoca rinascimentale la conquista di approcci esecutivi sempre più raffinati riflette in modo speculare il conseguimento di metodi di osservazione oggettivi, non più esclusivamente incentrati sull’autorevolezza delle fonti antiche ma rivolti alla registrazione e alla verifica dei fenomeni stessi. Ne è chiara testimonianza l’Herbarum vivae eicones del medico Otto Brunfels, risalente al 1530, in cui si descrivono piante ignote alla trattatistica antica ma di provata efficacia farmacologica; nel volume della Collezione Goop, le precise xilografie dell’incisore Hans Weiditz il Giovane presentano una preziosa coloritura e mostrano dettagli minutissimi degli esemplari botanici, al punto che si ha l’impressione di coglierne la freschezza. Nonostante queste prime esperienze, il raggiungimento di una piena autonomia degli studi scientifici sarebbe stato lungo e accidentato, non solo per le controversie che le varie scoperte avrebbero sollevato, ma per la persistenza di convinzioni e pratiche secolari – avviluppate nella cultura magica e astrologica – difficili da sradicare senza ammettere la fragilità di un ordine che si era faticosamente composto per far fronte alla paura dell’ignoto.

Meno evidente è che dietro la produzione iconografica destinata a documentare la correttezza di osservazioni e scoperte rivolte al vero “teatro della natura” si nascondono un bisogno di attendibilità e la rivendicazione di una nuova autorevolezza, quella della diretta indagine della vita di piante e animali, di fenomeni terrestri e celesti, di spazi geografici finalmente raggiunti grazie alle imprese dei grandi esploratori. È a questo punto di svolta che la questione della veridicità della rappresentazione assume un ruolo determinante, in una tensione che rende la qualità dell’immagine (intesa come raffinatezza esecutiva e capacità persuasiva) quanto mai complessa: non basta che essa sia ben disegnata, colorita e composta (l’essere plausibile ne rafforza, paradossalmente, il potenziale illusorio) ma necessita di una sua attestazione di fedeltà al dato reale, che per lo più si sostanzia nella precisione dell’osservazione che l’ha ispirata e nel prestigio di chi ne ha sostenuto l’attendibilità. Non stupisce che, al di là delle ristrettezze economiche che spesso frenavano le ambizioni dei naturalisti, prevalesse un certo scetticismo nel reclutare illustratori poco propensi a limitare il proprio intervento ad una pedissequa riproduzione del vero. Di un suo disegnatore di fiducia, Giovanni Neri, Ulisse Aldrovandi riconosceva lo scarso talento artistico («in far altre cose non vale nulla»), ma ammirava la capacità di realizzare «figure che paiono il simolachro istesso di natura».

Già in epoca rinascimentale la conquista di approcci esecutivi sempre più raffinati riflette in modo speculare il conseguimento di metodi di osservazione oggettivi, non più esclusivamente incentrati sull’autorevolezza delle fonti antiche ma rivolti alla registrazione e alla verifica dei fenomeni stessi. Ne è chiara testimonianza l’Herbarum vivae eicones del medico Otto Brunfels, risalente al 1530, in cui si descrivono piante ignote alla trattatistica antica ma di provata efficacia farmacologica; nel volume della Collezione Goop, le precise xilografie dell’incisore Hans Weiditz il Giovane presentano una preziosa coloritura e mostrano dettagli minutissimi degli esemplari botanici, al punto che si ha l’impressione di coglierne la freschezza. Nonostante queste prime esperienze, il raggiungimento di una piena autonomia degli studi scientifici sarebbe stato lungo e accidentato, non solo per le controversie che le varie scoperte avrebbero sollevato, ma per la persistenza di convinzioni e pratiche secolari – avviluppate nella cultura magica e astrologica – difficili da sradicare senza ammettere la fragilità di un ordine che si era faticosamente composto per far fronte alla paura dell’ignoto.

Meno evidente è che dietro la produzione iconografica destinata a documentare la correttezza di osservazioni e scoperte rivolte al vero “teatro della natura” si nascondono un bisogno di attendibilità e la rivendicazione di una nuova autorevolezza, quella della diretta indagine della vita di piante e animali, di fenomeni terrestri e celesti, di spazi geografici finalmente raggiunti grazie alle imprese dei grandi esploratori. È a questo punto di svolta che la questione della veridicità della rappresentazione assume un ruolo determinante, in una tensione che rende la qualità dell’immagine (intesa come raffinatezza esecutiva e capacità persuasiva) quanto mai complessa: non basta che essa sia ben disegnata, colorita e composta (l’essere plausibile ne rafforza, paradossalmente, il potenziale illusorio) ma necessita di una sua attestazione di fedeltà al dato reale, che per lo più si sostanzia nella precisione dell’osservazione che l’ha ispirata e nel prestigio di chi ne ha sostenuto l’attendibilità. Non stupisce che, al di là delle ristrettezze economiche che spesso frenavano le ambizioni dei naturalisti, prevalesse un certo scetticismo nel reclutare illustratori poco propensi a limitare il proprio intervento ad una pedissequa riproduzione del vero. Di un suo disegnatore di fiducia, Giovanni Neri, Ulisse Aldrovandi riconosceva lo scarso talento artistico («in far altre cose non vale nulla»), ma ammirava la capacità di realizzare «figure che paiono il simolachro istesso di natura».

avvenire.it

(Segnalazione web a cura di Giuseppe Serrone e Albana Ruci)


La mostra. Così gli ebrei trovarono cittadinanza con le sinagoghe e i cimiteri


Esposte al Museo italiano dell’ebraismo di Ferrara testimonianze dell'identità israelitica nelle architetture di alcune città italiane. Una storia che risale alle lotte per l’emancipazione

Alcune delle pagine più intense scritte sui cimiteri ebraici si devono a un polemista francese di idee anarco-socialiste, Bernard Lazare, che morì a trentotto anni nel 1903. Definito da Charles Péguy una sorta di profeta, mente tra le più lucide nella Francia dell’affaire Dreyfus, Lazare riscoprì le proprie radici ebraiche prendendo le parti del capitano francese ingiustamente accusato. In un suo saggio, Le fumier de Job, che venne pubblicato postumo nel 1928, Lazare rilegge il travaglio dell’ebreo che nella cristianità è considerato un “paria”. E rifiuta l’accusa di deicidio: «Il popolo ebraico non ha crocifisso Gesù: seguiva il fariseo errante; amava ascoltarlo, lo accompagnò, piangendo, ai piedi della croce sulla quale lo inchiodarono i romani, con un’iscrizione derisoria per gli ebrei» e arriva a dire che «Gesù è il fiore supremo dello spirito ebraico, l’emanazione più pura della coscienza di Israele».

Lazare morì dopo aver dedicato molte pagine a smontare la cultura dell’antisemitismo, ma nel Letame di Giobbe, tradotto quasi vent’anni fa con una lunga introduzione di Stefano Levi della Torre, mi colpì il sentimento poetico e tragico con cui descrive i cimiteri di Praga, Worms, Cracovia, Toledo, Lemberg, dei quali coglie l’aspetto di terra desolata: quello di Praga ha per lui un volto tetro, mentre quello di Worms gli appare allegro, dove «le lapidi si ergono in un vasto prato luminoso; stanno ritte nell’erba folta, e leggendo le vecchie iscrizioni, guardando gli antichi simboli sempre nuovi, si cammina sui morti». La pagina dopo si apre, non per caso, sull’altro caposaldo dell’identità ebraica: le sinagoghe.

Le sue pagine mi sono tornate in mente visitando a Ferrara, nelle sale del Meis, il Museo nazionale dell'ebraismo italiano e della Shoah, la mostra Case di vita, ovvero un approfondimento su “sinagoghe e cimiteri in Italia” (a cura di Andrea Morpurgo e Amedeo Spagnoletto, fino al 17 settembre), dove appunto si cerca di mettere in luce il modo di essere, lo stile di vita, degli ebrei qualche secolo prima e poi con l’emancipazione che maturò con le due rivoluzioni moderne, quella dei movimenti democratico-borghesi e quella industriale, col progredire della cultura dei diritti umani e sociali, che non bastò tuttavia ad allontanare lo spettro dell’antisemitismo, come si vide nella vicenda di Dreyfus, che dopo la sua conclusione positiva lasciò comunque strascichi di decenni, fino al periodo della persecuzione nazista che trovò in Francia molti sostenitori, si pensi a Brasillach, grande intellettuale che fece opera di delazione sui giornali denunciando tanti ebrei che si nascondevano, oppure, sebbene con diversa spietatezza, un compagno nel grande critico letterario Maurice Blanchot, i cui articoli antisemiti vennero tradotti e pubblicati anche in Italia vent’anni fa. E naturalmente non si può tacere di Céline o di Drieu La Rochelle. Qualcuno ha sostenuto che quest’odio degli ebrei trovi in Francia il suo terreno di cultura (sia pure con orizzonti diversi, non si deve dimenticare che persino in Simone Weil vi sono pagine dove manifesta in modo deciso il suo antigiudaismo).

La mostra di Ferrara testimonia proprio questo cammino di emancipazione e di costruzione sociale di una identità delle comunità ebraiche attraverso la fondazione e il riconoscimento dei cimiteri e delle sinagoghe. L’architettura e l’arte che la decora sono come una marcatura del territorio attraverso cui ottenere una cittadinanza come diritto a far parte e a contribuire alla vita dei luoghi in cui gli ebrei si sono insediati, dapprima tollerati (a volte guardati con risentimento, per la solita accusa di essere usurai, cioè prestatori di denaro, attività che il Terzo concilio Lateranense nel 1179 aveva condannato); oltre a subire per secoli l’accusa di deicidio. Come scrive Morpurgo nel catalogo (Sagep) le architetture che caratterizzano sinagoghe e cimiteri «sono importanti perché hanno storie da raccontare», quelle di chi le ha usate, quelle dei fatti di cui furono teatro, quelle della loro funzione identitaria nello sviluppo delle città. Tra i protagonisti l’architetto vercellese Marco Treves, figura chiave dell’ebraismo postunitario, di cui in mostra è esposto il ritratto dipinto da Ercole Olivetti, che ristrutturò la sinagoga di Pisa e costruì quella di Firenze (in mostra c’è il modello ligneo eseguito da un intagliatore intorno al 1880), progettò sempre nel capoluogo toscano il cimitero israelitico. Altra figura chiave fu Elia Levi Deveali, ritratto da Francesco Mensi, che finanzio il Tempio di Alessandria e varie altre opere di pubblica utilità, esponente di una famiglia di dotti e rabbini da varie generazioni.


Le architetture, non avendo un chiaro stile ebraico da esibire, pescano di volta in volta da motivi arabo-moreschi, come a Vercelli, oppure dalla tradizione egizia, siriana, persino assira. Nel disegno acquerellato della Sinagoga vecchia di Livorno, si scoprono la ricchezza decorativa che fonde il passato con le nuove teorie settecentesche dell’architettura; stesso interesse desta la litografia a colori di Heronymus Hess, viaggiatore che ritrae una delle cinque “schole” romane. Schola era il nome con cui si definiva la sinagoga, che non era soltanto un luogo di culto, ma anche di formazione e identità politica. All’interno, il centro del culto andava all’Arca lignea, l’Aron ha-Qodesh, dove venivano custoditi i rotoli del Pentateuco. In mostra quella particolarmente pregevole della Sinagoga di Vercelli. Treves aveva partecipato anche alla commissione per la realizzazione del Tempio torinese, che non avendo portato a un esito fattivo vide affidata la commissione del progetto ad Alessandro Antonelli, il quale avviò i lavori ma per mancanza di fondi dovette sospenderli finché il comune di Torino non acquistò l’edificio portandolo a termine. Numerosi altri sono i disegni di progetto per i templi a Milano (di Luca Beltrami), Roma, Trieste, Genova, Bologna, per Correggio e Reggio Emilia, Gorizia, Livorno. Ogni progetto risente delle qualità estetiche della tradizione artistica italiana, e viene anche in parte smontata l’idea che l’ebraismo conosca soltanto modelli astratti. Un esempio palmare di ciò sono i bozzeti molto belli di Emanuele Luzzati per le vetrate della Sinagoga di Geno.

Le testimonianze sui cimiteri segnano la seconda parte della mostra, a cominciare dal dipinto di Magnasco su un funerale ebraico. Di grande interesse l’acquaforte di Antonio Verico che riproduce a volo d’uccello il Cimitero nuovo di Livorno, smantellato a metà Ottocento perché troppo vicino alla città. Tra i documenti suggestivi esposti la lapide funeraria ebraica proveniente da Trieste, la Colonna in marmo rosa di Mantova, entrambe settecentesche, i disegni per i cimiteri di Milano, Roma, Napoli, Trieste, Firenze, il bellissimo seggio rabbinico per l’Edicola di Pisa di Mario Quadrelli del 1896. In questo spazio, quello funebre, tutto è più austero e più triste. E una questione interna alla psicologia dell’ebreo. Ancora Lazare scrive che «l’ebreo teme l’unico castigo che esista per lui: la cessazione della vita, che egli ama; non ci sarà mai in lui quell’anelito cristiano alla morte che nasce dall’orrore per la vita…». In realtà, sappiamo bene che Cristo è venuto a promettere la resurrezione della carne. E la carne è il centro della paura dell’ebreo che pensa la morte come negazione della vita e non spera nella resurrezione.

avvenire.it

Far scoprire il valore culturale a ambientale della collina sopra Verbania


Far scoprire il valore culturale a ambientale della collina sopra Verbania è lo scopo dei due progetti dell’unione montana Arizzano e Vignone, in convenzione con il comune di Cambiasca, e l’Unione Montana Valgrande e del Lago di Mergozzo finanziati dal GAL Laghi e Monti del VCO.

Entrambi declinano in modo innovativo la fruizione del territorio della valle e della montagna, attraverso la realizzazione di circuiti cicloescursionistici che attraversano luoghi di valore culturale e ambientale caratterizzati dalla creazione di allestimenti artistici di grande suggestione e di un parco fluviale sul torrente San Giovanni in località Ramello.

Il primo progetto è“ÆQUILIBRIUM” e ha il cuore nella piccola località di Ramello di Cambiasca, dove ambiente e comunità sono da secoli in equilibrio sull’acqua del torrente San Giovanni.

Infatti proprio su questo torrente le due comunità di Ramello di Cambiasca e Bureglio di Vignone si affacciano e si confrontano da secoli: sulla destra idrografica, a ridosso del torrente, l’abitato di Ramello e sulla sinistra, più distante, l’abitato di Bureglio di Vignone. Il progetto vede il coinvolgimento del Circolo locale Amici del Lago di Legambiente con l’iniziativa Torrenti Verdi e prevede la realizzazione di un parco fluviale ecodinamico di circa 40.000 metri quadrati, dove un circuito consentirà l’accesso al torrente anche a disabili motori, e dove troveranno posto un teatro fluviale da 50 posti, una passerella sospesa sul torrente ed un imponente allestimento artistico di Land art realizzato da Mattia Barone, giovane scultore lombardo, a rappresentazione della ninfa Teti.

Il percorso cicloescursionistico ad anello avrà partenza da Cambiasca e attraversa le principali località di Ramello, Ca’ di Mui, Bureglio, San Martino e Arizzano, per ritornare poi a Cambiasca, della lunghezza complessiva di oltre 15 chilometri.

Il secondo progetto si chiama “CIO’ CHE RESTA”, ed è un allestimento artistico che il giovane scultore francese Pierre Auzias realizzerà lungo il crinale del Pian Cavallone, costituito da nove statue effimere in materiale biodegradabile. Se con il primo progetto si è voluto affrontare il tema dell’equilibrio in questo caso la suggestione avviene attorno alla nozione di “limite” nella nostra contemporaneità, amplificato dalla decima statua che sarà custodita dal Museo del Paesaggio di Verbania.

Previsti due anelli cicloescursionistici: il primo con partenza da Cambiasca, salita a Miazzina e a Pian Trusello e quindi a piedi il Pian Cavallone, sede dell’allestimento artistico, tornando alla partenza passando per Cappella Porta e Caprezzo per complessivi 25 chilometri. Il secondo con partenza da Piancavallo e salita al monte Spalavera, tramite il recupero della strada militare di arroccamento, per poi seguire la viabilità Cadorna e rientrare alla partenza passando per Calpera e Segletta, per complessivi 27 chilometri.

I due allestimenti artistici vogliono anche ricordare e preparare il territorio alla celebrazione dell’ottantesimo del rastrellamento nazifascista della Val Grande del giugno del 1944, che proprio con il bombardamento dell’albergo di Pian Cavallone ebbe il triste avvio.

Il termine dei lavori è previsto per il febbraio 2024.

vcoazzurratv.it

Verbania: percorsi letterari e cinematografici con LetterAltura

 Una serie di itineranze letterarie e cinematografiche sono proposte con la rassegna CAImminare con LetterAltura – Sentieri dell’incontro, che si svolgeranno nelle giornate 17/18 giugno – 1° luglio – 15/16 luglio per l’organizzazione dell’Associazione Culturale LetterAltura in collaborazione con le Sezioni CAI Verbano-Intra, CAI Pallanza e con il Parco Letterario Nino Chiovini.

Il castagno. Tra innesti e potature, due buone pratiche a confronto

Sabato 17 giugno Ore 21 – film Casa Ceretti – Verbania    INNESTI, la rinascita dei castagneti

Docu-Film Regia di Sandro Bozzolo.      Documentario Italia, 2022. Durata 52 minuti.      Storia di una battaglia silenziosa e formidabile per recuperare i castagneti e la loro tradizione a Viola Castello (CN),      Sarà presente il protagonista del docu-film, Ettore Bozzolo.

Domenica 18 giugno dalle ore 9  Escursione guidata all’Alpe Piaggia – Aurano

Potature e conservazione di castagni secolari nell’esperienza dell’Associazione del Dragone di Piaggia,   Soste con letture a cura del Parco Letterario Nino Chiovini. Sentiero per escursionisti. Accompagnatori delle sezioni del CAI. Si richiede allenamento adeguato. Itinerario:  Scareno, frazione di Aurano – Alpe Piaggia e ritorno, Km. 2,8 (Sentiero R11). Tempo di percorrenza: ore 2,10 (escluso soste).Dislivello 250 m.   Max  40 partecipanti – Obbligatorie scarpe adatte alla montagna.  Programma: ore 8,30 ritrovo a Cambiasca (Cimitero) per car sharing (condivisione auto), o a Scareno alle 9,00 sotto la Chiesa di S. Michele.  Arrivo all’Alpe Piaggia. Pranzo. Rientro.  Iscrizione obbligatoria: tel.0323/581233 dalle ore 15 alle 18 giorni feriali o email segreteria@associazioneletteraltura.com.  Specificare se si pranza al sacco o si opta per il pranzo all’area feste dell’Alpe a cura dell’associazione del Dragone di Piaggia (piatto unico, dolce e caffè €15,00 – bevande escluse – Tel 370 32833833).  Prenotazione entro venerdì 16 giugno. I partecipanti godono di assicurazione R.C. Se iscritti al CAI Verbano Intra si è anche assicurati per Infortunio e soccorso alpino. I non iscritti al CAI possono assicurarsi al costo di € 7.50 (Infortunio). L’assicurazione va attivata alla sede CAI Verbano Intra entro il venerdì precedente l’escursione.

La Faggeta Chiari e scuri sulla linea del crinale del Monte Faiè

Sabato 1° luglio dalle ore 14,00 dall’Alpe Ompio    Escursione Guidata al Monte Faiè

Escursione pomeridiana al Monte Faiè con percorso ad anello, aperi-cena presso il Rifugio Fantoli.  Al calar della notte piccola rassegna di cortometraggi a tema forestale con la collaborazione del Festival Corto & Fieno.  Soste con letture a cura del Parco Letterario Nino Chiovini. Sentiero per escursionisti  con accompagnatori delle sezioni del CAI. Si richiede allenamento adeguato.   Itinerario: Partenza da Ruspesso, 940 m (Alpe Ompio, fine strada asfaltata), salita al  Monte Faiè, 1352 m, e ritorno – Km. 3,9 .  Tempo percorrenza ore 2,30 (escluse soste) . Dislivello: 412 m.  Max 40 partecipanti – Obbligatorie scarpe adatte alla montagna.  Programma:  Ritrovo: alle 14,00 a Ruspesso, alla fine della carrozzabile per Ompio (si raggiunge da Santino/Bieno percorrendo per circa 7 km di strada asfaltata).  Al ritorno aperi-cena.   Iscrizione obbligatoria: tel. 0323. 581233 dalle ore 15 alle 18 giorni feriali o email segreteria@associazioneletteraltura.com. Specificare se si cena al sacco o si opta per l’aperi-cena al Rifugio Fantoli (piatto unico, dolce e caffè  € 15,00, bevande escluse).  Prenotazione entro venerdì 30 giugno. Tutti i partecipanti godono di un’assicurazione R.C.  Se iscritti al CAI  Pallanza si è assicurati per Infortunio e soccorso alpino. I non iscritti al CAI possono assicurarsi per l’escursione al costo di € 7.50 (Infortunio). L’assicurazione va attivata alla sede CAI di Pallanza entro il venerdì precedente l’escursione.

Sabato 1° luglio alle ore 21,00 Rifugio Fantoli     Mini rassegna docu-film su temi ambientali

Rassegna docu-film presentati a “Corto & Fieno”, Festival del cinema rurale organizzato dall’ Associazione Asilo Bianco. (MAS, Il Sacrificio della Montagna, di Giorgio Affanni, Italia 2015, 15′; Ins Holz, di Thomas Horat e Corina Schwingruber Ilic, Svizzera 2017, 13′: Vacche ribelli, di Paolo Rossi, S.Carbonara e A. Ghiggi, Italia 2017; Foreste, filmato prodotto dal Parco Letterario Nino Chiovini per la giornata delle foreste)

Pietra su Pietra l’arte della costruzione in pietra a secco

Sabato 15 luglio Ore 21,00 – film Casa Ceretti – Verbania    Piccola terra in equilibrio sulle “masiere”

Docu-film. Regia di Michele Trentini e Marco Roman, Italia, 2022. Durata 54 minuti. Quattro storie legate alle “masiere”, i muri a secco di pietra che sostengono i terrazzamenti del Canale di Brenta, in Valstagna, piccolo borgo ai piedi dell’Altopiano di Asiago, per secoli coltivati a tabacco. Sarà presente Luca Lodatti, dell’Associazione “Adotta un terrazzamento in Canale di Brenta APS”.

Domenica 16 luglio  dalle ore 8,30    Escursione guidata Bieno-Fondotoce-Cavandone-Bieno

Escursione circolare alla scoperta del paesaggio terrazzato. Accompagnati da Luca Lodatti incontro con gli artefici dei recuperi dei terrazzamenti. Soste con letture a cura del Parco Letterario Nino Chiovini.   Sentieri per escursionisti. Si richiede allenamento adeguato.   Itinerario: escursione ad anello. Bieno (370 m ) – Sentiero azzurro – Canale Fondotoce (205 m) – Fondotoce (206 m) – Cavandone (444 m slm) – Bieno  (370 m). Dislivello: circa – 165 m, + 240 m. Sentieri A00, A00g, A00e.  Tempo di percorrenza ore 4,10 (soste escluse).  Max 40 partecipanti –Obbligatorie Scarpe adatte alla montagna.  Programma: Ritrovo alle 8,30 posteggio sotto oratorio S. Antonio di Bieno. Partenza e arrivo a Bieno.  Pranzo al sacco.  Iscrizione obbligatoria: tel. 0323. 581233 dalle ore 15 alle18 giorni feriali o via email segreteria@associazioneletteraltura.com. Pranzo al sacco a Cavandone Prenotazione entro venerdì 14 luglio. I partecipanti godono di un’assicurazione R.C.

Hotel Il Chiostro a Verbania Intra sul Lago Maggiore: Congress & Restaurant

Il Chiostro Hotel si trova a Verbania Intra, sul Lago Maggiore, a pochi passi dal lungolago e in posizione comoda per tutti i principali servizi.
Il Chiostro Hotel dispone inoltre di 13 sale adatte a ospitare meeting, convegni, congressi e seminari.
Otto sono le sale con una capienza massima di 30 persone, che ben si prestano ad accogliere piccoli gruppi di lavoro; 2 sono, invece, le grandi sale attrezzate per convegni che necessitano di una capienza maggiore. Il Chiostro Hotel può infatti ospitare, nel proprio auditorium, fino a 210 persone.

Nel luogo della attuale costruzione, in Intra, fu ubicato, nel tardo medioevo, l’ospedale di S. Antonio (documento del 1298). Successivamente qui,all’inizio del ‘500 -con la denominazione di Monastero di S. Antonio- si insediarono le monache Agostiniane che per secoli ne fecero un approdo di preghiera, di meditazione e di lavoro, realizzando quel monastero che attraverso successive costruzioni e trasformazioni, prese le linee definitive attorno al XVIII secolo. Dopo la soppressione degli ordini religiosi in età napoleonica, l’avvento dei prodromi della nuova società industriale segnò qui una delle tappe storiche: qui lo svizzero Gian Giacomo Müller stabilì la prima filatura meccanica in Italia (1806), mettendosi così alla testa di quel processo industriale e commerciale che portò, nel secolo successivo, Intra a quei fastigi economici che ne fecero uno dei centri più vivi dell’Italia industriale. Dopo successive alterne traversie (requisizione a uso dell’esercito nella prima guerra mondiale, sistemazione parziale ad uso di abitazione privata) per decisione munifica del barone Paolo Casana e con il sostegno del Consiglio di amministrazione dell’opera Pia Cobianchi , una parte dell’l’edificio divenne sede di pensionato studentesco.

Nel 1968, la parte centrale del complesso che ospitava gli studenti, ormai fatiscente venne restaurata per fare un’abitazione, per i giovani e gli insegnanti, che pur favorendo la vita comunitaria di gruppo non ne cancellasse il richiamo all’intimità e alla ricerca personale. Questo intervento salvaguardò solo il porticato. Negli anni 80 si acquisì da privati la parte restante del monastero, adibita ad abitazione privata di alcune famiglie disagiate, con negozio di fabbro in una parte del piano terra e di straccivendolo nella parte restante, dove si trova il parlatorio e la Sala del Camino. Il restauro di quanto rimaneva dell’antico Monastero delle Agostiniane è terminato nel 1984 e ha consentito il recupero della totalità del Chiostro esistente (ventiquattro arcate).

Nel 1968, la parte centrale del complesso che ospitava gli studenti, ormai fatiscente venne restaurata per fare un’abitazione, per i giovani e gli insegnanti, che pur favorendo la vita comunitaria di gruppo non ne cancellasse il richiamo all’intimità e alla ricerca personale. Questo intervento salvaguardò solo il porticato. Negli anni 80 si acquisì da privati la parte restante del monastero, adibita ad abitazione privata di alcune famiglie disagiate, con negozio di fabbro in una parte del piano terra e di straccivendolo nella parte restante, dove si trova il parlatorio e la Sala del Camino. Il restauro di quanto rimaneva dell’antico Monastero delle Agostiniane è terminato nel 1984 e ha consentito il recupero della totalità del Chiostro esistente (ventiquattro arcate).
Contatto
IL CHIOSTRO Hotel

Via F.lli Cervi,14

28921 VERBANIA INTRA (VB)

Tel. 0323/404077

Fax 0323/401231


- Segnalazione web a cura di Turismo Culturale - turismoculturale@yahoo.it