In Carnia il museo delle arti popolari rilancia l'artigianato


 TRIESTE - Un progetto mirato alla tutela del patrimonio culturale per valorizzare la tradizione artigianale e del territorio sarà presentato al museo carnico della arti popolari Michele Gortani a Tolmezzo (Udine) mercoledì alle 12.

    L'iniziativa "Scarpetti.
I scarpéts de Cjargne" è promossa dal museo assieme a Regione Friuli Venezia Giulia, Erpac Fvg, Carnia industrial park, Enaip Fvg, Comunità di montagna della Carnia e Comune di Tolmezzo Scarpetti è dedicato alla valorizzazione della cultura popolare con l'obiettivo di attualizzarla: l'iniziativa mira a formare e motivare l'attivazione delle persone per realizzare un progetto imprenditoriale che possa avere un ritorno per il singolo individuo e per l'intera comunità.
    La cultura, spiegano i promotori, "diventa motore di impresa e creatività per lo sviluppo economico del territorio, attraverso un luogo della cultura, il museo, che ripensa la propria missione, non più solo di tutela e conservazione, ma anche di soggetto attivo e propositivo per il benessere e la crescita della propria comunità".
    Durante l'incontro saranno presentate le azioni in programma e sarà proiettato un docufilm che restituisce le testimonianze di alcune donne carniche, intervistate dal museo Gortani nell'ambito di ricerca storico etnografica sul tema.
    All'incontro interverranno, secondo programma, Aurelia Bubisutti, presidente della fondazione museo aarnico delle arti popolari Michele Gortani di Tolmezzo, Barbara Zilli, assessore regionale alle Finanze, e i rappresentanti degli enti partner del progetto. (ANSA).

Montevergine, il turismo religioso tra arte e sentieri di montagna


Il santuario mariano, tra i più antichi della Campania, consente un’esperienza devozionale profonda, permettendo ai pellegrini di allontanarsi dalla vita quotidiana, affiancando al ritiro spirituale la possibilità di immergersi nel verde e nell’arte. Don Giovanni Maria Gargiulo, direttore museale dell’abbazia: “Gli ospiti arrivano qui per vivere un maggior contatto con la natura e scoprire l’aspetto l'artistico e culturale”

Beatrice D’Ascenzi – Città del Vaticano - vaticannews.va

Un santuario antico, che non smette di stupire chi lo visita. La storia di Mercogliano, nella frazione di Montevergine, è fortemente legata alla figura di San Guglielmo da Vercelli, fondatore dell'Abbazia e patrono dell’Irpinia, che si ritirò su questo monte per condurre una vita da eremita. Affascinati dalla sua fede, diversi uomini tra sacerdoti e laici decisero di vivere con lui e creare un cenobio costruendo la prima chiesa nel 1123. “L 'anno prossimo ricorre il nove centenario dell'Abbazia di Montevergine”, racconta don Giovanni Maria Gargiulo, direttore museale dell’abbazia, a Vatican News: “Volgere lo sguardo al turismo è stato un passaggio quasi naturale per noi perché, essendo il santuario molto frequentato fin dalle origini, lo stesso San Guglielmo chiedeva un’apertura particolare verso l'accoglienza dei pellegrini che da sempre vengono qui per venerare la Madonna”.

“L’esperienza più importante è quella devozionale, aiutata dall’ ambiente di montagna, che allontana i visitatori dalla confusione della città e della vita di tutti i giorni - spiega ancora don Giovanni - molti vengono qui per pregare la Madonna, la grande icona che abbiamo nel santuario attira tanti pellegrini creando un momento di devozione profondamente personale”. Ma è anche l'arte a colpire i turisti, spingendoli a soggiornare presso la struttura per ammirare le opere d'arte custodite da quasi 900 anni nella abbazia, come afferma il direttore museale: “Volevamo che il museo fosse un'esperienza, di arte di cultura e di bellezza. Qui abbiamo opere che vanno dal Medioevo al 1800, e questo luogo è forze il più simbolico dell’aspetto artistico e storico culturale della nostra realtà”.

Il contatto con l’ambiente

“Negli ultimi tempi abbiamo riscontrato anche una forma nuova per noi di turismo, interessato alla scoperta dei sentieri che la montagna offre",  continua Gargiulo, "i percorsi che permettono di arrivare a piedi al santuario, vengono analizzati e studiati dai nostri ospiti appassionati di trekking e di sport all’aria aperta. Queste attività portano le persone a sceglierci per vivere un contatto con la natura che ci circonda”. La curiosità degli appassionati di montagna è spesso legata a una delle tradizioni più sentite legate al culto della Madonna di Montevergine: in passato le giovani innamorate si rivolgevano alla Vergine per la realizzazione dei loro propositi e in particolare - proprio su quei sentieri ora percorsi dagli alpinisti - si potevano osservare cespugli di ginestre, simbolo del nodo nuziale, annodati dalle ragazze non ancora sposate. Il voto prevedeva che, se si fossero sposate, le donne sarebbero tornate l’anno successivo, in compagnia dello sposo, a sciogliere il nodo. 


Castelnovo Monti, riparte il Bismantino: la navetta gratuita che porta i turisti alla Pietra


La navetta gratuita che riparte da domani 11 giugno farà la “spola” nelle giornate festive tra il centro del paese e piazzale Dante, alle pendici della rupe che ormai vanta un richiamo nazionale e oltre. 

CASTELNOVO MONTI – Torna a partire da domenica, 11 giugno, un servizio che negli anni è diventato non solo sempre più apprezzato, ma quanto mai necessario visti i flussi turistici a Castelnovo Monti ed in particolare alla Pietra di Bismantova: il Bismantino. La navetta gratuita farà nelle giornate festive la “spola” tra il centro del paese e piazzale Dante, alle pendici della rupe che ormai vanta un richiamo nazionale e oltre. 

Afferma l’Assessore al Turismo di Castelnovo, Chiara Borghi: “Il servizio Bismantino viene attivato ormai da diversi anni, in collaborazione con Seta, ed è nato nell’ambito delle azioni della Strategia Aree Interne rivolte al turismo sostenibile.

Un servizio che ha avuto modo di radicarsi e di dimostrare tutta la sua importanza, verso gli obiettivi che ci eravamo posti fin dall’inizio: da una parte consentire un accesso comodo, ma anche ecologico e gratuito, alla Pietra di Bismantova, che nel periodo estivo specialmente alla domenica vede un afflusso turistico estremamente elevato, tanto che porta spesso all’esaurimento di tutti i parcheggi disponibili già a metà mattina. Dall’altra far conoscere il centro di Castelnovo ai tantissimi turisti che arrivano per visitare Bismantova, e che in questo modo possono usufruire anche dei bar e negozi del paese”.

Le fermate in paese del Bismantino 2023 saranno a piazzale Collodi (il parcheggio salendo dalla variante del Ponte Rosso), presso l’Ospedale Sant’Anna, in via Roma vicino all’incrocio con via Monzani, sempre in via Roma davanti al Teatro Bismantova, mentre il capolinea  sarà Piazzale Dante alla base della Pietra. Le corse si susseguiranno per tutto il giorno, con la prima prevista alle 9.00 da piazzale Collodi e l’ultima a scendere alle 20.07. 

stampareggiana.it

Padova da scoprire, tour e luoghi simbolo della città Unesco


 PADOVA - L'inizio dell'estate è un momento magico per godere di Padova e delle sue bellezze, soprattutto quelle a cielo aperto, come i mercati delle piazze, pieni di voci e di colori, l'antico Orto Botanico, patrimonio Unesco, o il cortile del Bo, il cuore dell'Università dove insegnò Galileo Galilei.

    Tanti itinerari da rendere difficile enuclearne solo alcuni.
Una passeggiata a Padova può partire dal Caffè Pedrocchi, il Caffè senza porte, uno dei simboli della città e del suo spirito cosmopolita, proseguendo poi per il palazzo del Municipio, con la torre medievale accanto ai capitelli bizantini, il cortile e le scalinate rinascimentali; ad un passo da questi monumenti c'è il cuore culturale di Padova, l'Università fondata nel 1222, tra le prime in Europa, che accoglie i visitatori con lo spettacolare Cortile Antico, quindi l'Aula Magna dove insegnò Galileo Galilei - qui è conservata ancora la sua cattedra - gli stemmi araldici di studenti e professori testimoni dei secoli passati e la statua di Elena Cornaro, prima donna laureata al mondo.
    Al centro di questo perimetro si erge il grandioso Palazzo della Ragione, antico tribunale e gioiello architettonico del '300 padovano che custodisce il più grande ciclo astrologico affrescato del mondo. È grazie ai suoi cicli pittorici, oltre che a quelli del Battistero del Duomo, della Cappella degli Ovetari, della Basilica del Santo, che Padova si è guadagna la seconda medaglia Unesco, Urbs Picta, il progetto culturale che unisce i maestri de '300 che qui lavorarono. Un successo già decretato dal pubblico quello di Urbs Picta, che un unico ticket consente di visitare tutti gli otto siti della Padova di Giotto, e di entrare nel Patrimonio Unesco.
    Ma la città gioca le proprie attrattive anche sul fronte delle tradizioni enogastronomiche, con i cicchetti e gli spritz serviti ad ogni ora del giorno nei tanti locali (bar, osterie, fiaschetterie ed enoteche) che punteggiano piazza della Frutta e piazza delle Erbe, piazza dei Signori e il Ghetto. Vi sono poi i Notturni Padovani, tour serali, anche lungo le vie d'acqua, che portano alla scoperta dei luoghi meno noti della città: come la sontuosa Porta Portello, sul fiume Piovego, eretta dove sorgeva il porticciolo che da secoli mette in comunicazione Padova con Venezia per via fluviale. 
   
ansa.it

(segnalazione web a cura di Giuseppe Serrone e Albana Ruci)

La mostra. Londra racconta san Francesco: una storia che parla al presente


Con "St. Francis of Assisi" la National Gallery ripercorre i molti modi in cui il santo è stato percepito e rappresentato nei secoli. Una mostra non celebrativa ma dalla prospettiva politica e attuale

È difficile non ritrovarsi a pensare cosa sarebbe accaduto se una mostra come quella che la National Gallery di Londra dedica a san Francesco fosse stata allestita in Italia. Certamente celebrativa, forse persino trionfante, e quindi nostalgica. Molto probabilmente bulimica, come è accaduto altre volte. Niente di tutto questo nella capitale del Regno Unito. "St. Francis of Assisi" (fino al 30 luglio), curata dal direttore della National Gallery Gabriele Finaldi (britannico, a dispetto del nome) e da Joost Joustra (curatore associato in “Art and Religion” del museo: una figura simile in Italia non esiste) la mostra riunisce dipinti della collezione del museo londinese (Botticelli, Beato Angelico, Zurbarán) con prestiti internazionali come Caravaggio, Murillo e El Greco, oltre a opere contemporanee di Antony Gormley, Giuseppe Penone, Richard Long, Andrea Büttner. Il percorso è asciutto, senza retorica. Sì: francescano. Lo scopo è, scrive Finaldi, «esplorare come san Francesco è stato percepito e rappresentato nei secoli, e come in quanto figura storica è rimasto intensamente rilevante per il nostro tempo». La prospettiva su Francesco è rigorosamente filologica. È laica ma non laicizza Francesco né è tentata dal ridurlo a ecologista ante litteram. Si concentra sull’immagine – tra i santi, apostoli a parte, il poverello è probabilmente il più rappresentato nella storia dell’arte, soprattutto grazie a una ineguagliabile continuità temporale – ed è conscia dell’impossibilità di far coincidere figura storica e tradizione agiografica ma non si addentra in distinzioni, forse impraticabili per una mostra. Probabilmente perché il Francesco immaginato è stato più importante del Francesco reale: «La storia delle immagini di san Francesco – scrive Finaldi – è anche la storia di come Francesco è stato percepito nel tempo. Un’intera varietà di “Franceschi” è emersa attraverso i secoli mentre differenti aspetti della sua persona sono stati enfatizzati, adottati, promossi e inevitabilmente manipolati».

La prima sala riunisce in modo esemplare i tre principali vettori che hanno contraddistinto nel tempo la figura di Francesco. Il San Francesco in meditazione di Francisco de Zurbarán (1635-39) porta in primo piano l’elemento meditativo e il radicale pauperismo che è letteralmente habitus di una attitudine spirituale. Untitled (for Francis) di Antony Gormley (1985) – in cui la “cucitura” a vista delle lamiere in piombo richiama il patchwork dell’abito cappuccino del dipinto – toglie ogni connotato a Francesco lasciando solo l’apertura delle stimmate (in forma di occhi) e la forza del gesto ripreso dal San Francesco nel deserto di Giovanni Bellini. In A Walk for Saint Francis, commissionata ad hoc, Richard Long registra l’esperienza di una permanenza di otto giorni en plein air sul monte Subasio: canti di allodole, farfalle bianche, il sorgere della luna, notti stellate, guardare la rotazione della Terra... Un’immersione con uno sguardo contemporaneo nell’habitat dove è sbocciata e si è sviluppata la spiritualità francescana.

Il compito di riassumere la vita di san Francesco è affidato alle tavole superstiti del polittico di Sansepolcro del Sassetta, gioiello di narrazione tardogotica patinato da un linguaggio protorinascimentale. Sono disposte in una sala ottagonale che, come una sorta di crociera, distribuisce poi negli altri ambienti dedicati a focus tematici. Il primo è una sorta di scavo archeologico alle origini, tra rare tavole pregiottesche e facsimili di fonti francescane. Segue quindi una sala dedicata al san Francesco mistico, valorizzato dalla Chiesa post-tridentina. Attraverso un asse italo-iberico troviamo sottolineata la povertà di Francesco e soprattutto il dono delle stimmate, ossia la prova che certifica Francesco come Alter Christus. Troviamo qui tra gli altri dipinti San Francesco che abbraccia il Cristo crocifisso di Murillo, il San Francesco d’Assisi in estasi di un giovane Caravaggio (Hartford), un bellissimo San Francesco che riceve le stimmate del Greco, con le nubi che sembrano una grotta di cartapesta nella notte luminosa della Verna. Compare qui anche un soggetto iconografico in precedenza poco esplorato, l’episodio di Francesco rapito in estasi mentre ascolta un angelo suonare: un episodio che a fine Novecento avrà il suo apice, insieme alla predica agli uccelli, nel Saint François d’Assise di Olivier Messiaen, vera summa dell’intera storia religiosa, culturale ed estetica francescana.

Il tema iconografico di Francesco nella natura, almeno come lo intendiamo oggi, emerge più avanti nel tempo, quando tra Ottocento e primo Novecento Francesco gode di un forte ritorno di interesse, anche in seguito all’esperienza romantica, e acquista la dimensione di “santo universale”. E non è un caso che nella sala dedicata alla natura l’asse culturale si sposti a nord, incardinandosi tra Inghilterra e area tedesca. La curatela evita una visione panteista della natura in Francesco, che non ha nulla di pagano (come sostiene invece Giuseppe Penone, qui presente con Albero Porta – Cedro): la natura conserva la sua impronta creaturale (è sorella prima che madre), non è divina in sé. La scoperta della sfera naturale appare invece come una conseguenza della scelta rivoluzionaria di Francesco di uscire dai claustra monastici e abitare il mondo con sguardo biblico e cristiano.

La sala successiva, dedicata al “santo radicale”, è il cuore del percorso. Tutto ruota attorno al saio, che in un certo senso appare essere il primo soggetto di molti quadri. Il sacco rappezzato di Francesco è la armatura del soldato che ha rinunciato a tutto. Troviamo qui raccolti in un solo colpo d’occhio un secondo Zurbarán, un Sacco di Burri del 1953 (un accostamento che traduce istintivamente in stigmata il rosso che pulsa nella lacerazione) e il saio di Francesco dalla basilica di Santa Croce, a Firenze. È importante osservare che la mostra adotta le fonti e gli oggetti (il saio, il corno, i fogli da lui vergati con preghiere e disegni...) sia come documento sia con lo status di reliquia: ossia un dispositivo empatico che fa sentire Francesco prossimo, presente. Ed è giusto che sia così per il santo che, meditando il mistero dell’incarnazione, ha percorso la possibilità di “incorporare” (e bisogna ricordare che embodiment è una delle parole chiave dell’estetica e della filosofia contemporanee) l’esperienza di Gesù Cristo, passando dalla presenza “logica” dell’icona a quella “sensibile” dell’esperienza. Un’altra delle rivoluzioni francescane alla base della moderna cultura occidentale.

È vero che, come scrive Finaldi, «c’è un Francesco per ogni periodo storico e tendenza, per teologie differenti e politiche diverse» – e il capitolo finale con Francesco al cinema, tra Pasolini, Cavani, Rossellini e Zeffirelli, lo chiarisce perfettamente. Ma è altrettanto vero che Francesco resta così forte da sopportare ogni tentativo di riduzionismo, domesticazione e persino popolarizzazione devota (che raggiunge picchi ineguagliabili nell’albo a fumetti “Francis, Brother of the Universe”, versione supereroe sfornata nel 1980 dalla Marvel su invito dei francescani). Una resistenza e una irriducibilità che è, come conferma Finaldi, «una testimonianza del fascino perdurante dell’uomo che abbraccia la povertà per un ideale più alto e che insegna che l’umanità intera e il creato sono uniti in una fratellanza comune sotto un Dio amorevole». Anche per questo, in ultima istanza, quella della National Gallery non è una mostra celebrativa bensì politica: rileggere Francesco nel presente (anche attraverso l’enciclica Laudato Si’, citata espressamente dai curatori), in una società multipla, dispersa e non di rado disperata, nella quale il santo di Assisi è allo stesso tempo fattore aggregante e pietra di inciampo.

avvenire.it

(Segnalazione web a cura di Giuseppe Serrone e Albana Ruci)