Pantaloni: stretti o wide-leg, sartoriali o scampanati. Tra l’eleganza del velluto e la seduzione di una stoffa see-through, tra l’eterna pelle e i toni terrosi che rimpiazzano (o quasi) il nero. In gamba, più o meno larga, verso la stagione fredda.

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Launchmetrics.com/spotlight

Pantaloni cargo

Appeal utilitario, tra grandi tasche e verde militare da declinare con duvet smanicati ed elettrici come fatto da Anteprima, da progettare in tessuto tecnico e con funzionali zip come pensato da K-Way, da immaginare in versione romantica e preziosa, tra sete cangianti e spolverini bordati di pizzo com’è l’insieme ideato da Zimmermann. Dolce&Gabbana, invece, riesce a innervare di sexyness anche il più pratico dei pantaloni, e i suoi cargo zippati e tasconati si portano in combutta a t-shirt in pizzo che svelano la lingerie. Due pesi e due stili di sensualità.

Ruvida e anticonformista, diva in panni rubati a lui quando ancora l’atto era rivoluzionario, così Katharine Hepburn raccontò una volta il suo amore per l’indumento: “Mi piace muovermi rapidamente. Portare i tacchi è faticoso, mettere la gonna con le scarpe basse è poco attraente. Per questo preferisco i pantaloni”. Lei li indossava a vita alta e a gamba larghissima, con blazer, panciotti e camicie, secondo un gusto mascolino inviso a Hollywood che lo etichettò come privo di sensualità. Prima di lei, tra le grandi estimatrici dei pantaloni, ci fu Coco Chanel, ed è impossibile non ricordarla in marinière e wide-leg, cristallizzata a fianco del suo cane Gigot nei giardini di villa La Pausa a Roquebrune. Di quel modello lì, ampio e sartoriale, le passerelle ne inventariano oggi molti, sotto a blazer e pullover, sotto a polo e top per una portabilità ben oltre il suit. Non mancano, tuttavia, anche le silhouette più affusolate, dritte a sigaretta e dotate qua e là del dettaglio anni Ottanta della staffa, o scampanate sul finale, così come non sono assenti i modelli cargo accessoriati di tasche e zip da indossare magari con top vedo-non-vedo in cortocircuiti tra il glamour e il funzionale. Permane un grande classico dell’inverno come il pantalone in velluto e fa la sua comparsa su molte pedane il suo opposto in stoffe deboli, tra pizzi e chiffon che interpretano il tailoring con fare romantico e seducente. Infine, ode alla pelle nera che punteggia di grinta tante passerelle, e ode ai colori terrosi, in cinquanta sfumature di marrone dai risultati raffinati. Questo e altro si osserva nella panoramica di pantaloni per l’Autunno Inverno 2025 2026 che tra forme balloon e lunghezze cropped promette una stagione da vivere in gamba. A ciascuno la sua.

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Daniele Oberrauch

Pantaloni wide-leg e sartoriali

Il punto fermo dello stile. Quello che non c’è passerella che non ne contempli almeno uno, quello largo e in molti casi larghissimo che è il perno di un tailoring extra che non deroga dal comfort. Il pantalone wide-leg e sartoriale è onnipresente in passerella e arriva nella formalità di un gessato (Carolina Herrera), nell’estro di una stoffa cangiante (Casablanca), nella raffinatezza di un grigio totale (Ermanno Scervino), o nel casualwear dal côté seducente dell’abbinamento con un top in lana come fatto da Victoria Beckham. La certezza d’acquisto della stagione fredda. Senza se e senza ma.

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COURTESY OF GIVENCHY

Pantaloni in pelle nera

Altro giro, altro classico. Se c’è qualcuno che azzarda tonalità più briose – tipo Acne Studios che lo declina in rosso e super-skinny, in appoggio a una clog cartoonesca – la stragrande maggioranza delle griffe opta per l’eterno pantalone in pelle nera. Lo fa Fendi che corrobora la raffinatezza dei suoi look prediligendo un leather pant largo e lungo da appaiare ad una giacca dalle maniche a gigot, lo fa, naturalmente, Hermès che lo vuole a corredo di mise a tutta pelle, lo fa Isabel Marant che veste da capo a piedi le sue dive boho-rock di pelle nera, tra blouson, pantaloni e boots simil texani che ravvivano l’insieme con un tocco ottico. Sartoriale, ampio, super-chic nel suo accostarsi ad un altro pezzo di resistenza della moda come la camicia bianca, è infine il leather pant di Givenchy, alchimia (irresistibile) di grinta e classe.

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Umberto Fratini

Pantaloni balloon

Un po’ la versione invernale dei bloomers che furoreggeranno nell’Estate 2026, un po’ alla turca come sarebbero piaciuti a Paul Poiret, con un esubero di stoffa sulla coscia a garantire l’effetto a palloncino. Sfilano pantaloni balloon sulla passerella di Christopher Esber che li progetta tutte pieghe e cinturati a metà, sfilano da Dior che li rimbocca sotto a stivali/texani abbinandoli a marsine settecentesche e t-shirt grafiche, sfilano da Giorgio Armani secondo quel gusto orientaleggiante che è un tic per il re della moda, e sfilano da Ralph Lauren addosso a cavallerizze impellicciate. Da Kenzo, infine, diventano emblema di uno sleepwear in satin zuccherino, tra pantofole e intimo sottosopra. Il pezzo eccentrico di un guardaroba a tratti rétro.


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Pantaloni in velluto

Per total look damascati come da Burberry, per insiemi raffinati sui toni del Borgogna come da Max Mara, in rosso lavico da indossare con blazer e bralette da Roberto Cavalli. Colui che più di tutti indugia sul pantalone in velluto, tuttavia, è Emporio Armani che ne inventaria una rassegna che oscilla dal blu notte al bordeaux al nero, passando per il verde, lo scarlatto e il grigio di un velvet pant a coste e a gamba larga da portare con blouson animalier. Mille declinazioni di un tessuto storico ed eclettico che passa dal voluttuoso all’elegante, al casual senza fare un plissé.

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Pantaloni a sigaretta

Skinny nel caso di Acne Studios che controbilancia l’asciuttezza con stole soffici ed imbottite da avvolgere attorno al girocollo, con la staffa in altri, come da Dries Van Noten che li progetta guardando agli anni Ottanta di colori sgargianti come il blu elettrico. In altri casi ancora, semplicemente pantaloni a sigaretta, si vedano quelli di Prada che li vuole a corredo di abitini pastello, di Sportmax che li pensa come base del suit con blazer da portare a pelle, o di Bally che li immagina sartoriali in combo a chiodi e Mary Jane. Perché di non soli wide-leg si vive.

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Courtesy of Alberto Ferretti

Pantaloni trasparenti

Così come per le gonne, anche i pantaloni subiscono il trattamento see-through, giocando con la trasparenza di tessuti deboli che servono più di una causa. Da Bronx & Banco, ad esempio, sono sartoriali e tempestati di paillettes per completi da regina disco, da Chanel sono in tulle nero sovrapposto ad un abitino ricco di fiocchi tra il sexy e il bon ton, da Giambattista Valli sono in pizzo e a zampa d’elefante, per jolie madame di fine anni Sessanta. E se da Miu Miu sono liquidi e brillanti, come quelli latte e menta portati in pedana da Lou Dillon, da Alberta Ferretti invece, i pantaloni in chiffon sono un concentrato di romanticismo, delicatezza e un pizzico di seduzione da mettere a glossa del tailleur più femminile di stagione.

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Su Mustecaplioglu / Gorunway.com / Courtesy of Altuzarra

Pantaloni cropped

Nell’universo dei larghissimi e lunghissimi, resistono anche loro, i pantaloni cropped con orlo alla caviglia, avvistati a più riprese sulle passerelle dell’Autunno Inverno 2025 2026. A palloncino da Ashlyn, a trombetta da Balenciaga, in pelle da Balmain e da Chloé, in satin da Genny, orientaleggianti da Emporio Armani e sartoriali da Altuzarra, da indossare con blazer architettonici e slingback.

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Pantaloni in toni terrosi

Assodata l’onnipresenza del nero, nello spettro delle tinte arrivano massicciamente anche quelle terrose di marroni in tutte le gradazioni e da Max Mara a N°21, da Schiaparelli a Stella McCartney, da Ermanno Scervino a Uma Wang è tutto un ventaglio di nougat più o meno intensi, declinati tra pelle, lane e sartorie come fatto da Gucci che il pantalone terroso lo abbina alla polo dal colletto appuntito e ton sur ton. Risultato? Raffinatezza al quadrato oltre la solita tinta acromatica.

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Pantaloni flared

Ossia leggermente scampanati sul finale come quelli, in jeans, saliti alla ribalta nel febbraio di quest’anno con la complicità della galattica performance di Kendrick Lamar al Super Bowl, o come quelli recentemente sfoggiati da Natalie Portman sul set di Good Sex che, sartoriali, Borgogna e portati con zeppe, gridano anni Settanta da tutti i pori. Ebbene, di pantaloni flared, se ne vedono parecchi anche sulle passerelle invernali anche se, fatta eccezione per il già citato modello in pizzo di Giambattista Valli, la svasatura è più contenuta, si vedano quelli sartoriali e da piratessa rock di Ann Demeulemeester.

in https://www.elle.com/it/moda/tendenze/g65826349/pantaloni-tendenza-moda-autunno-inverno-2025-2026/

Locarno Film Festival: i vincitori della 78ª edizione


Si è conclusa da poco la 78ª edizione del Locarno Film Festival, la più importante manifestazione cinematografica elvetica diretta da Giona A. Nazzaro. Quest’anno il Pardo d’Oro è andato a Tabi to Hibi (Two Seasons, Two Strangers) di Sho Miyake, divenendo il quarto film giapponese a ottenere tale riconoscimento nella storia del Festival.

White Snail di Elsa Kremser e Levin Peter ha ottenuto il Premio Speciale della Giuria mentre Abbas Fahdel si è aggiudicato il Pardo per la miglior regia con il suo Tales of the Wounded Land. A vincere il Premio per la migliore interpretazione sono state Manuela Martelli Ana Marija Veselčić per Bog neće pomoći (God Will Not Help) di Hana Jušić, e Marya Imbro e Mikhail Senkov per la loro interpretazione in White Snail.

Dal Concorso Cineasti del Presente sono usciti vincitori Tóc, giấy và nước… (Hair, Paper, Water…) di Nicolas Graux e Trương Minh Quý, a cui è stato conferito il Pardo d’oro, e il titolo italiano Gioia Mia di Margherita Spampinato che si è aggiudicato il Premio Speciale della Giuria CINÉ+ e il Pardo per la migliore interpretazione Aurora Quattrocchi.

Photo Credits: Pxhere 

in https://www.miamarket.it/it/locarno-film-festival-i-vincitori-della-78a-edizione/

CinemaDa Locarno a St. Moritz, il cinema non si ferma: l’arte sale in quota

Finito un festival, eccone subito un altro. Nemmeno il tempo di archiviare le proiezioni e le emozioni del Locarno Film Festival – che ha chiuso i battenti sabato scorso – e già gli appassionati di cinema hanno una nuova meta in calendario. Questa volta non si scende sul Lago Maggiore, ma si sale in Engadina: oggi prende infatti il via la quarta edizione del St. Moritz Art Film Festival (SMAFF), in programma fino a domenica. Un evento giovane ma già riconosciuto sulla scena internazionale, che si distingue per la sua natura ibrida, a metà strada tra il cinema e le arti visive, e per il suo contesto unico: un festival con ospiti di caratura mondiale, ma che resta a misura d’uomo.

«È davvero una chicca in montagna – spiega la managing director Diana Segantini, da noi incontrata nelle prime ore del festival –. Siamo immersi in una natura stupenda e ogni anno costruiamo un percorso curatoriale attorno a un tema, in dialogo costante con le altre arti. Questo lo rende un festival molto particolare, direi quasi unico al mondo».

L’edizione di quest’anno, dal titolo «Emerging Virtualities», esplora i confini sempre più sfumati tra reale e virtuale, tra natura e rappresentazione, tra fisico e immateriale. Un argomento attuale e stimolante, che si riflette nelle quaranta opere in programma, tra film sperimentali, videoarte e cinema d’autore. Non mancano anteprime mondiali ed europee, accanto a retrospettive e omaggi a grandi maestri.

Per Segantini, l’obiettivo è chiaro: «Cerchiamo di costruire ponti non solo all’interno del linguaggio cinematografico, ma anche tra cinema, arte visiva, danza e tutte le arti. È un po’ la mia missione di vita: far emergere le relazioni, portare in luce ciò che spesso rimane nascosto e creare un dialogo che vada oltre i confini disciplinari».

Un festival che si fa comunità
L’idea è quella di far nascere una vera comunità temporanea in Engadina, dove professionisti e pubblico si incontrano senza barriere. «Per me il cinema è anche luce, capace di illuminare ciò che di solito rimane in ombra. Il festival è diventato un luogo d’incontro, di scambio, di nuove connessioni», racconta Segantini, sottolineando il carattere internazionale del programma: «Abbiamo curatori, artisti e produttori che arrivano da tutto il mondo, con linguaggi diversi, ma accomunati dalla volontà di dialogare. La diversità è il nostro valore più grande».

Un esempio concreto arriva dalla giuria di quest’anno, che include figure come Mohamed Almusibli, direttore della Kunsthalle Basel, o Mario D’Souza, legato alla Kochi Biennale in India. Segno di un festival che, pur piccolo, riesce ad attrarre personalità di primo piano.

A misura d’uomo, ma con grandi nomi
Lo SMAFF conserva una dimensione raccolta e conviviale, lontana dai clamori dei grandi eventi internazionali. Eppure, tra le sale e i dibattiti di St. Moritz, circolano nomi di assoluto prestigio. «Grazie al network del nostro direttore artistico Stefano Rabolli Pansera e alle relazioni costruite in questi anni, riusciamo ad attirare registi, curatori, direttori di musei e collezionisti di fama mondiale – racconta Segantini –. Ed è proprio questo l’aspetto sorprendente: a St. Moritz le persone si incontrano davvero, si parla, si condividono idee. È un luogo di concentrazione incredibile e informale allo stesso tempo».

Non mancano i riferimenti ad altre manifestazioni: «Essere stata a Locarno pochi giorni fa è stato importante anche per rafforzare queste connessioni. Siamo ormai sul radar internazionale. E per noi è un grande onore sapere che questo weekend sarà con noi anche Maja Hoffmann, la nuova presidente del Locarno Film Festival».

Un festival che riflette il presente
Accanto alla qualità estetica, c’è la volontà di affrontare questioni attuali. «Nelle scelte di programmazione non vogliamo limitarci alla bellezza delle immagini – sottolinea Segantini –. Tocchiamo anche temi profondi, legati alla natura, alla società, alla geopolitica. Crediamo che oggi arte e cinema non possano essere separati dalle grandi questioni del nostro tempo».

Così, accanto alla poesia visiva di film che invitano alla meditazione, trovano spazio lavori che interrogano il nostro rapporto con l’ambiente, che riflettono sulla violenza nascosta dietro l’estetica museale o che esplorano le trasformazioni indotte dall’intelligenza artificiale. In questo senso, lo SMAFF non è solo un festival da guardare, ma anche un luogo in cui discutere e prendere posizione.

Dalla neve all’estate: la scelta del calendario
Un’altra novità è il periodo scelto per la manifestazione. Fino all’anno scorso lo SMAFF si svolgeva a settembre, ma da quest’anno è stato anticipato ad agosto. «Abbiamo deciso di legarci alla vita della città – spiega Segantini –. A settembre, con gli alberghi chiusi e poca gente in giro, il rischio era di isolarsi. Invece ora St. Moritz è viva, complice anche la concomitanza con Passione Engadina. Non ci cannibalizziamo, anzi: diventiamo complementari. È bello che l’Engadina abbia eventi culturali importanti anche d’estate, non solo in inverno».

Una scelta che, di fatto, colloca lo SMAFF in una traiettoria che tocca i grandi appuntamenti internazionali: da Locarno a Venezia, passando per Zurigo. «Ormai – sorride Segantini – sono inserita nel circuito dei festival».

Dialoghi e contaminazioni
Il programma non si limita alle proiezioni: accanto ai film, trovano spazio talk, conversazioni e incontri con artisti e curatori. «Per noi è fondamentale contestualizzare le opere, dare al pubblico strumenti per capire e per discutere – sottolinea Segantini –. Non si tratta di creare un pensiero unico, ma di aprire al dialogo e anche alla critica. Un festival deve essere un luogo di confronto, non di certezze».

Tra gli appuntamenti più attesi dei prossimi giorni ci sono le proiezioni di lavori firmati da artisti come Superflex, duo danese di fama internazionale, e il ritorno sul grande schermo di classici come In the Mood for Love di Wong Kar Wai, che dialogheranno con opere contemporanee sul tema del respiro e della memoria. La chiusura, domenica mattina, sarà affidata al maestro Wim Wenders, con il suo documentario Anselm dedicato all’artista tedesco Anselm Kiefer.

Un laboratorio alpino di idee globali
Il St. Moritz Art Film Festival si conferma così come un piccolo laboratorio alpino di idee globali, capace di mettere in connessione il territorio engadinese con il mondo. Non è un caso che tra i membri dell’Art Advisory Board figurino nomi del calibro di Tilda Swinton, Pipilotti Rist o John Waters. Non si tratta di un red carpet tradizionale, ma di un contesto in cui le arti visive e il cinema dialogano senza barriere.

«La forza dello SMAFF sta nel confronto tra punti di vista diversi – ribadisce Segantini –. Qui si incontrano registi, collezionisti, curatori, ma anche semplici appassionati. Tutti siedono nella stessa sala, partecipano agli stessi dibattiti, si ritrovano al bar o passeggiando per le vie di St. Moritz. È questa prossimità a rendere speciale il festival».

Un invito ai ticinesi
E Segantini conclude con un invito diretto al pubblico della Svizzera italiana: «Ai ticinesi dico: venite a trovarci. Siamo vicini, facilmente raggiungibili e il bel tempo è dalla nostra parte. È l’occasione perfetta per unire una gita in Engadina a un’esperienza culturale davvero unica».
in https://www.cdt.ch/news/da-locarno-a-st-moritz-il-cinema-non-si-ferma-larte-sale-in-quota-403601

Locarno Film Festival 2025: oltre i premi

Federico Buffa, Mauro Bevacqua e Michele Pettene ci raccontano i film, le tendenze e le emozioni che hanno caratterizzato la 78.ma edizione della kermesse cinematografica elvetica.
Sabato 16 Agosto è calato il sipario – leopardato – sul 78° Festival di Locarno dopo una undici giorni cinematografica che, oltre alla solita girandola multiculturale di film, ha ribadito con forza il ruolo e l’importanza nel panorama internazionale del secondo festival cinematografico più antico del mondo. Nella seconda edizione della neo-presidentessa Maja Hoffmann e nella quinta con a capo il direttore artistico Giona Antonio Nazzaro, Locarno ha sfoderato numeri da capogiro, unendo alla consueta offerta dei migliori interpreti – veterani o esordienti - del cinema indipendente mondiale eventi, sezioni e retrospettive che, a partire dal famoso schermo di Piazza Grande, non hanno deluso nessun tipo di spettatore.

Numeri, sezioni e vincitori

Con 224 film, 101 prime mondiali e oltre 300 proiezioni, le sale di Locarno hanno offerto una vetrina d’eccezione per il meglio del cinema mondiale, ospitando decine di incontri con registi, attori e addetti ai lavori, tra cui l'attrice britannica Emma Thompson (a Locarno 2025 con "The Dead Winter"), l'icona Jackie Chan, una superstar come Willem Dafoe (a Locarno con "The Birthday Party"), il regista statunitense Alexander Payne, la costumista italiana premio Oscar Milena Canonero, la star asiatico-americana Lucy Liu (che in Piazza Grande ha presentato il film "Rosemead") e un incontro imperdibile tra due monumenti del cinema iraniano dissidente come Jafar Panahi e Mohammad Rasoulof. Il Concorso Internazionale è stato vinto dal giapponese "Two Seasons, Two Strangers" (regia di Sho Miyake), mentre il Concorso Cineasti del Presente da "Hair, Paper, Water..." (Nicolas Graux e Trương Minh Quý) una co-produzione tra Belgio, Francia e Vietnam. In parallelo, la Retrospettiva di Locarno78 “Great Expectations: British Postwar Cinema (1945–1960)” e la sezione Histoire(s) du Cinéma hanno ripercorso alcune delle pagine più interessanti – e meno conosciute – della storia del cinema.
Lo splendore del Sol Levante

"Forse il viaggio è un modo per fuggire dalla gabbia delle proprie parole". La citazione, simbolico riassunto delle riflessioni sulla propria vita di una sceneggiatrice in cerca di se stessa arriva sul finale di "Two Seasons, Two Strangers", meraviglioso film del giapponese Sho Miyake vincitore del Pardo D'Oro, solo il quarto titolo del Sol Levante a riuscirci nella storia del Locarno Film Festival. Un'opera intima, profonda e sussurrata, con una natura maestosa e indulgente a circondare i protagonisti: nella prima parte sono il mare, la spiaggia e le confessioni di due sconosciuti sotto la pioggia a trasportare sul grande schermo le immagini del manga "A View of the Seaside" (1967) di uno degli artisti giapponesi più celebrati, Yoshiharu Tsuge, cui il film è ispirato; nella seconda sono l'inverno e la purezza di un Giappone remoto e innevato ad aiutare la protagonista a ritrovare la propria creatività. Terapeutico per lei e pure per noi.
Sempre per il Concorso Internazionale e sempre dal Giappone arrivava anche "Yakushima's illusions" di Naomi Kawase - strappata a Cannes e Venezia - l'affascinante racconto di una chirurga francese dipendente dell'ospedale pediatrico di Kobe, in un Paese dove il trapianto d'organi per i più piccoli trova ancora tante barriere, soprattutto culturali: un divario incolmabile che la protagonista vivrà anche nel rapporto con un ragazzo giapponese, inafferrabile e seducente come la natura selvaggia che li aveva fatti prima incontrare e poi innamorare.

Romania, genio e sregolatezza

Che il cinema di Radu Jude si diverta ad andare spesso sopra le righe non è certo una novità, ma il film presentato in quest'edizione del festival (dopo aver vinto il Premio Speciale della Giuria nel 2023 con "Do Not Expect Too Much from the End of the World") potrebbe aver superato anche le aspettative dei fan più estremi del geniale cineasta di Bucarest. "Dracula", attesissima ultima opera dopo il premio alla Miglior Sceneggiatura alla Berlinale 2025 e presentato nel Concorso Internazionale, è un intruglio dichiaratamente a basso budget che eleva la provocazione a cifra stilistica, decostruendo la più classica delle icone rumene per sfottere la società, il governo e la Storia rumene tutte insieme, non risparmiando critiche sferzanti alle ultime evoluzioni della Settima Arte, a Hollywood e al pubblico boccalone, attirato in sala dal nome altisonante e costretto invece a quasi tre ore di forme falliche distorte dall'Intelligenza Artificiale, Dracula capitalisti e impalatori-bambini.
Non era altrettanto esagerato ma di certo non si è risparmiato certe libertà anche "Sorella di Clausura" (così il titolo originale) l'altro film rumeno che ha fatto sollevare parecchie sopracciglia: diretto dalla serba Ivana Mladenovic e ambientato nella Romania del 2008 durante la crisi finanziaria globale, si autodefiniva "un'affettuosa parodia dei melodrammi romantici" alle prese con le disavventure sentimentali e non solo di Stela, aspirante scrittrice disillusa con l'ossessione per un'attempata rockstar serba, tra sesso, soldi, povertà e tanta ironia, essenziale per sopravvivere in uno dei periodi più cupi per le fragili economie balcaniche. Con un colpo di scena: ricevuti due di picche da chiunque per la parte del cantante serbo alla fine la regista ha ingaggiato il padre, veterinario in pensione. L'esordio più incredibile ed esilarante di tutto il festival.

La foglia morta

La foglia morta è un concetto più conosciuto a un pubblico calcistico che cinefilo: ma d’altronde nei 186 minuti di “Dry Leaf”, visto nel concorso internazionale, i protagonisti ne spendono una buonissima parte in giro per campetti di calcio nella campagna georgiana. C’è un perché: c’è un padre alla ricerca di una figlia improvvisamente scomparsa (o forse no) e – come dice il regista Alexandre Koberidze (già apprezzatissimo per “What Do We See When We Look at the Sky?”) – ci sono dei personaggi che “si arrendono alla traiettoria del loro viaggio e si affidano al vento che li guida”. Proprio come un pallone calciato a foglia morta.
Ritorna Mektoub

Sempre nel concorso internazionale torna alla ribalta anche Abdellatif Kechiche: uno che ha vinto una Palma d’Oro (per “La vita di Adele”, nel 2013) e poi ha scelto di rivendersela all’asta per finanziare il suo mega-progetto “Mektoub my love”. Che ha visto un “Canto Uno” (apprezzatissimo e poi travolto dalle polemiche), un “Intermezzo” (pure peggio: mai arrivato in sala) e ora questo “Canto Due”, presentato in anteprima mondiale a Locarno. Ha diviso e con ogni probabilità non lascerà il segno, ma nei suoi 134 minuti ha saputo divertire e ha messo in mostra una Jessica Pennington capace di farsi tanto odiare quanto amare con la stessa intensità, costruendo un personaggio che non può lasciare indifferenti.

Sulla strada con Kerouac

Ebs Burnough firma un omaggio – non il primo, forse neppure l’ultimo – al romanzo capolavoro di Jack Kerouac, “Sulla Strada”. Di “Kerouac's Road: The Beat of a Nation”, presentato fuori concorso, scegliamo di sottolinare soltanto la più originale, e azzeccata, definizione del rapporto tra Sal Paradise (Jack Kerouac) e Dean Moriarty (Neal Cassidy) mai sentita. Ovvero: quando “FOMO meets YOLO”. Applausi.

Fiore o foglia profumata, nessuno nel mondo da i nomi come i Persiani che preferiscono però non essere chiamati con nomi che gli hanno dato i Greci. . Dicono di lei: "Si distingue soprattutto per un'intensità interpretativa singolare che sembra emanare naturalmente dalla sua carne, e che si manifesta con la discrezione dei piccoli." Dicono bene. Eppure in "Alpha" magnificamente diretto da Julia Ducournau, sotto due ore di una luce tanto veridica quanto impietosa che poche star internazionali accetterebbero, i suoi gesti e la palette delle sue espressioni si moltiplicano. "Per Julia abbiamo tutti dato il 200%. Io non ho mai dato così tanto, Jean-Charles Clichet è dimagrito sino a non riuscire più a reggersi in piedi per rendere il suo tossico terminale credibile."
La sua di vita è invece incredibile: Teheran classe 1983, figlia di un marxista perseguitato dal regime iraniano, fugge a Parigi, dove non casualmente era in esilio l'Ayatollah Khomeini e si deve totalmente reinventare. Ogni regista che vede i suoi occhi la vorrebbe. Gira "Paterson" per Jarmusch ma Hollywood - che non le garba - le offrirebbe camionate di presidenti spirati per farle interpretare la sexy femme persiana che protegge gli interessi della Repubblica islamica avvelenando e martirizzando. Ovviamente no.
Dunque "vive la France!" che lei considera un'adolescente di 14 anni libera per natura, eccessiva e sofferente. Torna a casa, qualcuno la vorrebbe nel famigerato carcere di Evin, qualcuno la vorrebbe sposare. Il giudice che ha condannato tutti i maschi della sua famiglia l'avvicina e le dice di adorarla e le mostra le foto sul telefono. Impossibile? Non in Iran. Quando parla del suo Paese si commuove. I Persiani parlano e scrivono per metafore da duemila anni, ecco perchè madame G dice che da quelle parti tutto è possibile. Da duemila anni...e continua. Più di un fiore, madame G è un dono.

Ritorna Mektoub

Sempre nel concorso internazionale torna alla ribalta anche Abdellatif Kechiche: uno che ha vinto una Palma d’Oro (per “La vita di Adele”, nel 2013) e poi ha scelto di rivendersela all’asta per finanziare il suo mega-progetto “Mektoub my love”. Che ha visto un “Canto Uno” (apprezzatissimo e poi travolto dalle polemiche), un “Intermezzo” (pure peggio: mai arrivato in sala) e ora questo “Canto Due”, presentato in anteprima mondiale a Locarno. Ha diviso e con ogni probabilità non lascerà il segno, ma nei suoi 134 minuti ha saputo divertire e ha messo in mostra una Jessica Pennington capace di farsi tanto odiare quanto amare con la stessa intensità, costruendo un personaggio che non può lasciare indifferenti.

Sulla strada con Kerouac

Ebs Burnough firma un omaggio – non il primo, forse neppure l’ultimo – al romanzo capolavoro di Jack Kerouac, “Sulla Strada”. Di “Kerouac's Road: The Beat of a Nation”, presentato fuori concorso, scegliamo di sottolinare soltanto la più originale, e azzeccata, definizione del rapporto tra Sal Paradise (Jack Kerouac) e Dean Moriarty (Neal Cassidy) mai sentita. Ovvero: quando “FOMO meets YOLO”. Applausi.

Fiore o foglia profumata, nessuno nel mondo da i nomi come i Persiani che preferiscono però non essere chiamati con nomi che gli hanno dato i Greci. . Dicono di lei: "Si distingue soprattutto per un'intensità interpretativa singolare che sembra emanare naturalmente dalla sua carne, e che si manifesta con la discrezione dei piccoli." Dicono bene. Eppure in "Alpha" magnificamente diretto da Julia Ducournau, sotto due ore di una luce tanto veridica quanto impietosa che poche star internazionali accetterebbero, i suoi gesti e la palette delle sue espressioni si moltiplicano. "Per Julia abbiamo tutti dato il 200%. Io non ho mai dato così tanto, Jean-Charles Clichet è dimagrito sino a non riuscire più a reggersi in piedi per rendere il suo tossico terminale credibile."
La sua di vita è invece incredibile: Teheran classe 1983, figlia di un marxista perseguitato dal regime iraniano, fugge a Parigi, dove non casualmente era in esilio l'Ayatollah Khomeini e si deve totalmente reinventare. Ogni regista che vede i suoi occhi la vorrebbe. Gira "Paterson" per Jarmusch ma Hollywood - che non le garba - le offrirebbe camionate di presidenti spirati per farle interpretare la sexy femme persiana che protegge gli interessi della Repubblica islamica avvelenando e martirizzando. Ovviamente no.
Dunque "vive la France!" che lei considera un'adolescente di 14 anni libera per natura, eccessiva e sofferente. Torna a casa, qualcuno la vorrebbe nel famigerato carcere di Evin, qualcuno la vorrebbe sposare. Il giudice che ha condannato tutti i maschi della sua famiglia l'avvicina e le dice di adorarla e le mostra le foto sul telefono. Impossibile? Non in Iran. Quando parla del suo Paese si commuove. I Persiani parlano e scrivono per metafore da duemila anni, ecco perchè madame G dice che da quelle parti tutto è possibile. Da duemila anni...e continua. Più di un fiore, madame G è un dono.

tg24.sky.it

Travel grocery, quell’irresistibile voglia di supermercato in vacanza


 Fare la spesa all’estero nei supermercati può diventare una forma di intrattenimento e un’occasione per entrare in contatto con usi e costumi sconosciuti. Sui social lo chiamano Travel Grocery e si sta diffondendo ovunque.

Una vacanza che si rispetti non può dirsi tale senza la curiosità di scoprire come e cosa mangiano nel luogo in cui ci troviamo, soprattutto all’estero.

Nei supermercati all’estero ci sentiamo anche noi un po’ local, curiosando fra gli scaffali di alimenti che suscitano la nostra curiosità, non diffusi a casa nostra. E’ proprio in quel luogo che abbiamo la possibilità di scoprire cibi tipici, magari da riportare in valigia come ricordo della vacanza. Frequentare un supermercato del posto in cui siamo in vacanza è come aprire la loro porta di casa, un modo per entrare nella loro cultura.

Virale sui social

Si chiama Travel Grocery – battezzato tale e diventando virale su TikTok – e rappresenta una nuova tendenza da registrare: quello di fare la spesa nei supermarket del Paese che ci ospita temporaneamente, alla ricerca dei prodotti più strani e delle squisitezze tipiche, per un’immersione nella cultura e nei costumi del luogo. In italiano possiamo tradurlo con “turismo nei supermercati”

Qui da noi il cosiddetto km zero

Dai megastore degli USA ai piccoli supermercati delle isole greche, senza dimenticare la nostra ltalia, dove si diffonde sempre più il reparto dei prodotti locali e a “chilometro zero”, permettendo ai turisti l’esperienza culinaria del Belpaese.

Cultura e divertimento

“Con il loro grande assortimento di prodotti tipici e curiosità, i supermercati diventano per i turisti uno spaccato della cultura del Paese che stanno visitando: entrare a fare la spesa, quando si è in viaggio, è un’esperienza che arricchisce e diverte”, ha dichiarato Umberto Zola, Responsabile Online Sales EU di SumUp.

Un elemento di attrazione

Prosegue Zola: “Il trend del Travel Grocery, consacrato dai content creator di TikTok, è particolarmente interessante da intercettare per gli esercenti: i supermercati e i negozi di alimentari possono valorizzare le proprie caratteristiche di unicità e diventare un fattore di attrazione anche per le nuove generazioni, offrendo un’esperienza d’acquisto sempre più variegata e smart. In questa direzione, è fondamentale fornire diverse opzioni di pagamento per semplificare e velocizzare la spesa dei turisti. Come emerge dal nostro recente Osservatorio Alimentari Cashless, infatti, anche in questo settore i pagamenti digitali sono in costante crescita, +29,2% nel primo trimestre 2024 rispetto all’anno precedente”.

in https://www.lacitymag.it/lifestyle/viaggi/travel-grocery-quellirresistibile-voglia-di-supermercato-in-vacanza/